Costruire per prevenire
Dalla repressione al contrasto: il potere criminale come fenomeno relazionale
Indice
Costruire per prevenire
- ●Premessa
- 1Capitolo 1Le ragioni dell’adesione
- 2Capitolo 2Gli articoli del 2020
- 3Capitolo 3L'editoriale del luglio 2026
- 4Capitolo 4Verità storica, investigativa e giudiziaria
- 5Capitolo 5I contenuti del romanzo
- 6Capitolo 6I vertici del sistema di potere cittadino nel periodo narrato
- 7Capitolo 7Lotta e contrasto alla criminalità
- 8Capitolo 8Le metafore di Bauman e Morin
- 9Capitolo 9La qualificazione del romanzo
- 10Capitolo 10Il rapporto con la magistratura
- 11Capitolo 11Luhmann, Bauman e Morin come chiavi interpretative
- 12Capitolo 12Poteri solidi e poteri liquidi: la forza relazionale del potere criminale
- 13Capitolo 13Entropia sociale, negentropia e bene comune
- 14Capitolo 14Gli schemi di Sistema Reggio e Gotha: i teoremi interpretativi del romanzo
- 15Capitolo 15La visione olistica della società e il rafforzamento dei poteri legali
- 16Capitolo 16Il contributo della teoria dei sistemi sociali
- 17Capitolo 17Mobilitazione, sussidiarietà orizzontale, cittadinanza attiva
- 18Capitolo 18Le eccellenze economiche sono impermeabili alla ’ndrangheta
- 19Capitolo 19La città senza potere, senza ruolo, subordinazione al potere regionale
- 20Capitolo 20L'iniziativa sul piano culturale
- 21Capitolo 21La ’ndrangheta come alibi
- 22Capitolo 22Il dibattito sui comitati d'affari
- 23Capitolo 23Il pensiero meridiano di Franco Cassano: il Sud come soggetto della propria narrazione
- 24Capitolo 24La litigiosità cittadina e l’ipotesi di un’entità strategica di governo
- 25Capitolo 25La paranoia
- 26Capitolo 26L'alibi della ’ndrangheta
- 27Capitolo 27Lo stereotipo dei terroni ed il pensiero di Cassano
- 28Capitolo 28Reggio nel sistema dell’Area dello Stretto
- 29Capitolo 29L’indignazione per la paura di Amazon
- 30Capitolo 30Chi c'è dietro la narrazione delle nuove rotte della mafia
- 31Capitolo 31Sussidiarietà orizzontale, cittadinanza attiva e democrazia partecipata
- 32Capitolo 32Il massimo profitto, la mission della ’ndrangheta
- 33Capitolo 33Intelligenza organica e intelligenza strategica delle organizzazioni criminali
- 34Capitolo 34Non esiste una ’ndrangheta spa ma tante aziende criminali
- 35Capitolo 35La società e la cultura ’ndranghetista
- 36Capitolo 36La “massoneria deviata”: tra rappresentazione, indagini e potere relazionale
- 37Capitolo 37Dal sistema inquisitorio al sistema accusatorio: il problema del rapporto tra prevenzione e repressione
- 38Capitolo 38Separazione delle conoscenze e minimizzazione del danno
- ●Intervista
- ●Biografia
- ●Bibliografia
Premessa
Mercoledì 26 agosto 2026, alle ore 21.30, presso il Lido Pepy’s, sul lungomare Italo Falcomatà di Reggio Calabria, Claudio Cordova e Paolo Romeo sono stati protagonisti di un confronto pubblico dedicato alla storia recente della città, ai suoi sistemi di potere, alle sue contraddizioni e ai rapporti tra politica, criminalità organizzata e società.
L’incontro, moderato da Elisa Barresi, giornalista di LaC News24 e de Il Reggino, ha preso spunto dalla presentazione di I padroni della ’ndrangheta. Malacarne. Una saga criminale, primo romanzo di Claudio Cordova, pubblicato da Newton Compton.
La serata, caratterizzata da un’ampia partecipazione e da una significativa eco nel dibattito cittadino, si è sviluppata per quasi tre ore, affrontando questioni che, per la loro complessità, non potevano esaurirsi nel tempo e nella forma di un confronto pubblico.
Gli interventi dell’avv. Paolo Romeo hanno richiamato una pluralità di riferimenti storici, giuridici, sociologici e politici, utilizzati per interrogare il rapporto tra fenomeno criminale e società, la distribuzione del potere, il significato delle ricostruzioni investigative e giudiziarie e le possibili strategie di contrasto alla criminalità organizzata.
La presente pubblicazione nasce dall’esigenza di rendere più organico e accessibile quel percorso argomentativo. Seguendo lo sviluppo degli interventi di Paolo Romeo, essa ne riprende i principali temi e ne esplicita i presupposti teorici, approfondendo i concetti che, nel corso della serata, hanno potuto essere soltanto accennati.
L’obiettivo non è riprodurre una trascrizione integrale del dibattito, né trasformare le opinioni espresse in verità definitive, ma offrire al lettore gli strumenti per comprenderne il significato, distinguendo i fatti dalle interpretazioni e le ricostruzioni giudiziarie dalle ipotesi sociopolitiche.
Il confronto sul romanzo diventa così l’occasione per una riflessione più ampia su Reggio Calabria: non soltanto sulla storia della ’ndrangheta, ma sui molteplici poteri che hanno attraversato la città, sulle relazioni che li hanno uniti o contrapposti e sulle condizioni attraverso le quali una comunità può rafforzare la propria autonomia, la qualità delle istituzioni e la capacità di governo del proprio futuro.
Le ragioni dell’adesione
La prima ragione della mia presenza qui precede, in ordine logico prima ancora che cronologico, ogni valutazione sul libro. Essa riguarda il valore del confronto, inteso non come rituale formale della vita pubblica, ma come condizione essenziale della crescita culturale e civile di una comunità.
Ho sempre ritenuto che una società maturi realmente quando riesce a discutere proprio delle questioni sulle quali esistono opinioni profondamente differenti, senza che la diversità delle interpretazioni venga immediatamente tradotta in appartenenza a schieramenti contrapposti. Il confronto autentico nasce infatti dalla consapevolezza che nessun individuo, nessuna istituzione e nessun gruppo possa ritenersi depositario esclusivo di una verità assoluta. Esso presuppone, al contrario, il riconoscimento reciproco della legittimità della critica: dei fatti, delle interpretazioni, dei convincimenti e, quando necessario, delle stesse categorie attraverso le quali siamo abituati a leggere la realtà.
In questo senso, il pluralismo non consiste semplicemente nella coesistenza di opinioni differenti. È qualcosa di più impegnativo: è la disponibilità a sottoporre le proprie convinzioni alla prova dell'argomentazione altrui. Una comunità libera non elimina il conflitto, ma tenta di trasformarlo da contrapposizione personale a confronto razionale tra interpretazioni.
È questa la ragione per la quale considero problematico ogni bipolarismo esasperato, ogni lettura della discussione pubblica fondata sulla preventiva divisione tra amici e nemici, tra appartenenti e avversari. Quando il dibattito viene assorbito dalla logica dello schieramento, le idee cessano di essere valutate per la loro consistenza e vengono giudicate prevalentemente in relazione a chi le esprime. La discussione perde così la propria funzione conoscitiva e si riduce a uno strumento di conferma delle appartenenze. Il testo assume consapevolmente una posizione diversa: non abolire la differenza, ma renderla produttiva.
Vi è poi una seconda ragione.
La discussione di un'opera letteraria costituisce, di per sé, un fatto culturale. Un libro non deve essere necessariamente condiviso per meritare attenzione. Al contrario, sono spesso proprio le opere capaci di suscitare dubbi, di forzare categorie consolidate, di proporre rappresentazioni controverse della realtà a rendere più necessario il confronto.
La funzione culturale della letteratura non consiste nel fornire una versione ufficiale dei fatti. Essa consiste anche nel porre domande, nel costruire rappresentazioni, nel dare forma narrativa a conflitti che attraversano una comunità. Per questo discutere criticamente un libro significa riconoscere al libro la dignità di interlocutore, senza trasformare tale riconoscimento in adesione alle sue tesi.
Esiste, infine, una terza ragione, che riguarda direttamente Claudio Cordova.
È significativa la scelta compiuta nel 2020 di pubblicare e dare rilievo alle conversazioni riconducibili al caso Palamara e ai rapporti che da quelle conversazioni emergevano con magistrati calabresi e reggini. Richiamare oggi quella vicenda non significa stabilire retrospettivamente chi avesse ragione o torto nei singoli giudizi allora formulati. Significa riconoscere un principio più generale: la libertà dell'informazione conserva la propria funzione soprattutto quando l'oggetto dell'informazione è costituito da uno dei poteri chiamati istituzionalmente a controllare l'esercizio degli altri poteri.
La libertà di informazione è infatti tanto più significativa quanto più è capace di sottrarsi a una distribuzione preventiva delle immunità simboliche. Nessun potere democratico può essere considerato estraneo, per definizione, alla possibilità di essere osservato, raccontato, criticato.
Da qui il senso ultimo della mia adesione.
Aderire all'invito non significa aderire alla tesi del romanzo. Significa riconoscere all'autore il diritto di formularla e assumere, come lettore e interlocutore, il diritto e il dovere di sottoporla a esame critico. È una distinzione fondamentale: partecipare al confronto non significa collocarsi dentro uno schieramento; significa contribuire alla costruzione di uno spazio nel quale le idee possano essere discusse senza che la discussione venga preventivamente neutralizzata dall'appartenenza.
Gli articoli del 2020
Gli articoli pubblicati nel 2020 costituiscono una premessa importante per comprendere il percorso che conduce successivamente al romanzo.
Tra il 5 e l'11 giugno di quell'anno viene pubblicata una sequenza di interventi dedicati alle conversazioni di Luca Palamara. Il materiale investe diversi aspetti: i rapporti con magistrati calabresi, le dinamiche concernenti nomine e incarichi, i giudizi. Nell'ottobre dello stesso anno la riflessione assume un carattere più generale; nel 2022, con Lobby e Logge e con il ritorno sul tema della cosiddetta «Procura della Repubblica di Palamara», il discorso si allarga ai rapporti fra magistratura, politica, informazione e altri centri di potere.
Ciò che interessa, ai fini del nostro ragionamento, non è utilizzare quelle conversazioni per formulare un giudizio indistinto sulla magistratura.
Una simile operazione sarebbe metodologicamente debole, perché trasformerebbe singoli rapporti, comportamenti o conversazioni in una rappresentazione totale di un potere costituzionale complesso. Sarebbe, in altri termini, esattamente il tipo di generalizzazione che più avanti occorrerà evitare anche nella lettura dei rapporti tra ’ndrangheta e società.
Il punto interessante è un altro.
Quelle vicende mostrano che anche un'istituzione fondata costituzionalmente sui principi dell'autonomia e dell'indipendenza è concretamente composta da persone, relazioni, correnti, aspirazioni, conflitti, sistemi di reputazione e meccanismi di influenza.
È un dato apparentemente ovvio, ma teoricamente rilevante.
Le istituzioni esistono attraverso norme, competenze e procedure, ma funzionano concretamente anche attraverso relazioni umane. L'organigramma descrive una parte del potere; non lo esaurisce. Esistono strutture formali e circuiti informali, funzioni giuridicamente definite e relazioni sociali che possono incidere sul modo in cui quelle funzioni vengono esercitate.
Ed è qui che compare una categoria destinata a diventare centrale: la rete.
Una rete di relazioni non è necessariamente una struttura criminale. Una relazione non è automaticamente una collusione. Un'interlocuzione non prova, da sola, un condizionamento. Sarebbe scorretto cancellare queste distinzioni.
Ma sarebbe altrettanto riduttivo compiere l'operazione opposta e immaginare il potere come qualcosa che esiste soltanto nelle sedi formalmente deputate a esercitarlo.
Il problema diventa allora più sottile:
quando una pluralità di relazioni rappresenta semplicemente il normale funzionamento di un ambiente sociale e quando, invece, acquisisce una capacità sufficientemente stabile da orientare decisioni, carriere, risorse, reputazioni e comportamenti?
È questa la questione che dagli articoli del 2020 conduce direttamente al romanzo.
Non perché tra le due esperienze esista necessariamente una continuità contenutistica immediata, ma perché in entrambe emerge la stessa curiosità intellettuale: osservare il potere non soltanto nella sua dimensione formale, bensì nel reticolo delle relazioni attraverso cui esso concretamente si manifesta.
L'editoriale del luglio 2026
L'editoriale del 15 luglio 2026 segna un ulteriore passaggio.
Cordova afferma che parlare di ’ndrangheta non significa occuparsi soltanto di una materia per specialisti della criminalità organizzata. Significa parlare di economia, cultura, servizi e comunità. Contestualmente formula un giudizio fortemente critico nei confronti della magistratura reggina e della sua capacità di confrontarsi con quanto era emerso dai Palamara files.
Si può condividere o contestare quel giudizio.
Ma, sul piano teorico, la proposizione che lo precede ha una portata più ampia.
Se parlare di ’ndrangheta significa parlare di economia, cultura, servizi e comunità, allora il fenomeno mafioso non può essere osservato esclusivamente come oggetto del diritto penale.
Il diritto penale pone domande necessarie e insostituibili:
chi ha commesso il reato?
quale condotta gli può essere attribuita?
quali elementi consentono di dimostrarne la responsabilità?
Sono domande essenziali in uno Stato di diritto, perché la responsabilità penale è personale e non può essere sostituita da valutazioni generiche sul contesto.
Ma la sociologia pone domande differenti:
perché un determinato potere riesce a riprodursi?
quali relazioni stabilisce?
quali bisogni riesce a intercettare?
quali vuoti istituzionali o sociali occupa?
quali comportamenti modifica?
quali aspettative genera?
La politica, infine, dovrebbe aggiungere una domanda ulteriore:
quali condizioni devono essere modificate affinché quel potere trovi sempre meno spazio per riprodursi?
È questo il passaggio dal reato al fenomeno sociale.
Il diritto deve accertare responsabilità individuali. La sociologia deve comprendere le condizioni relazionali del fenomeno. La politica deve interrogarsi sulle condizioni che rendono possibile la sua riproduzione.
Da questo punto di vista, l'editoriale del 2026 può essere assunto come una chiave politica di lettura del romanzo.
Non basta chiedersi chi comanda nella ’ndrangheta.
Occorre domandarsi dentro quale società quel comando diventa possibile, quali sistemi riesce a penetrare, quali funzioni improprie riesce ad assumere, quali domande sociali riesce a intercettare e quali debolezze collettive trasformano la forza criminale in capacità di relazione.
Verità storica, investigativa e giudiziaria
Questo è probabilmente il passaggio metodologicamente più delicato dell'intero ragionamento.
Quando un romanzo utilizza materiali provenienti da indagini, processi, cronache giornalistiche e vicende storiche, il primo dovere critico consiste nell'evitare che piani conoscitivi differenti vengano sovrapposti.
Il problema, infatti, non è che esistano diverse forme di verità.
Il problema nasce quando ciascuna pretende di utilizzare il metodo e l'autorità dell'altra.
La verità giudiziaria
La verità giudiziaria risponde a una domanda rigorosamente delimitata:
è provato che una determinata persona abbia commesso un determinato fatto?
Il processo penale non ha la funzione di spiegare integralmente un'epoca, una città o un sistema sociale.
È costruito intorno a un'imputazione, a soggetti determinati, a condotte determinate e a regole precise di acquisizione e valutazione della prova. Il giudice non può affermare come vero tutto ciò che gli appare plausibile, probabile o coerente con il contesto. Deve verificare se la responsabilità individuale sia dimostrata secondo gli standard richiesti dall'ordinamento.
Per questo un fatto può apparire storicamente plausibile, o persino altamente probabile, senza essere giudiziariamente dimostrabile.
Analogamente, un'assoluzione significa che una determinata responsabilità penale non è stata accertata secondo gli standard richiesti. Non equivale necessariamente a una ricostruzione complessiva dell'inesistenza di tutte le relazioni politiche, economiche o sociali eventualmente emerse attorno a quella vicenda.
La verità giudiziaria è quindi selettiva non perché sia inferiore alla verità storica, ma perché risponde a una funzione diversa: attribuire responsabilità giuridicamente rilevanti nel rispetto delle garanzie.
La verità investigativa
Prima della sentenza esiste però un altro livello: l'indagine.
L'investigatore procede inevitabilmente attraverso ipotesi.
Mette in relazione persone, conversazioni, documenti, frequentazioni, movimenti economici, dichiarazioni. Da tali elementi costruisce una spiegazione provvisoria e cerca ulteriori dati capaci di confermarla, modificarla o smentirla.
L'informativa investigativa è dunque una fonte di straordinaria importanza, anche per chi successivamente voglia ricostruire storicamente un fenomeno.
Ma non è una sentenza.
Essa può contenere insieme fatti accertati, inferenze, valutazioni, collegamenti e ipotesi di lavoro.
Per questo occorre conservare visibile l'intera progressione:
sospetto → ipotesi investigativa → imputazione → prova → decisione giudiziaria.
Ogni passaggio modifica lo statuto della conoscenza.
Il sospetto orienta l'attenzione.
L'ipotesi ordina gli elementi disponibili.
L'imputazione formula un'accusa.
La prova sottopone quell'accusa alla verifica processuale.
La decisione stabilisce ciò che il processo ha ritenuto dimostrato.
Cancellare queste differenze significa attribuire all'ipotesi la forza del fatto accertato.
È proprio attraverso questo meccanismo che una ricostruzione investigativa può talvolta sopravvivere nella memoria collettiva come verità definitiva, anche quando la successiva vicenda processuale abbia prodotto conclusioni più limitate o differenti.
La verità storica
Lo storico pone una domanda ancora diversa:
che cosa è accaduto e perché?
La storia dispone di un campo di osservazione più ampio del processo.
La sentenza rappresenta per lo storico una fonte fondamentale, ma rimane una fonte tra le fonti. Accanto ad essa possono essere utilizzati documenti amministrativi, archivi, testimonianze, giornali, dati economici, corrispondenze, memorie e fonti successive agli eventi.
Questa maggiore libertà non comporta tuttavia un minore rigore.
Al contrario, proprio perché lo storico dispone di strumenti più ampi, cresce il suo obbligo di distinguere il grado di certezza delle conclusioni raggiunte.
La sequenza proposta nel testo è, da questo punto di vista, essenziale:
fatto documentato → fatto altamente probabile → ipotesi interpretativa → congettura.
Il problema non consiste nell'utilizzare ipotesi interpretative. La storia vive anche di interpretazione.
Il problema nasce quando l'interpretazione viene presentata con la medesima certezza del fatto documentato.
Il dovere dello storico consiste allora anche nel dichiarare dove si trova lungo questa scala.
La verità poetica
Poi esiste il romanzo.
Ed entriamo in un'altra dimensione.
Qui si può richiamare la categoria manzoniana del vero poetico.
La letteratura non ha l'obbligo di dimostrare processualmente un fatto, né di ricostruirlo secondo le stesse procedure della storiografia. Può inventare un dialogo per rappresentare una mentalità; può condensare in un personaggio elementi provenienti da esperienze differenti; può restituire paure, ambizioni, silenzi, compromessi, fedeltà e tradimenti che nessun atto processuale sarebbe in grado di rappresentare nella loro dimensione umana.
Il romanzo può quindi cogliere una verità dell'esperienza senza essere una cronaca dei fatti.
Ma proprio questa libertà rende indispensabile fissare un confine:
il vero poetico può aiutare a comprendere la storia; non può essere utilizzato per dimostrarla.
Un dialogo può essere letterariamente verosimile senza essere realmente avvenuto.
Una scena può condensare un'atmosfera storicamente plausibile senza costituire prova di una specifica condotta.
Un personaggio può rappresentare un tipo sociale senza coincidere integralmente con una persona reale.
La verità pubblica
A queste categorie se ne aggiunge opportunamente una quinta: la verità pubblica, o memoria collettiva.
È forse la più difficile da governare.
Le società non conservano nella propria memoria migliaia di pagine di atti processuali.
Conservano formule.
«Sistema Reggio».
«Zona grigia».
«Mafia e politica».
«Trattativa».
Tali formule svolgono una funzione utile: rendono comunicabili fenomeni di straordinaria complessità.
Ma proprio per questa forza sintetica possono acquisire un'autonomia propria e sopravvivere persino alle vicende investigative e giudiziarie dalle quali erano originariamente nate.
A quel punto il concetto rischia di diventare il filtro attraverso il quale vengono selezionati i fatti.
E il problema metodologico si rovescia: non sono più i fatti a suggerire l'esistenza di un sistema, ma è la preventiva esistenza della categoria «sistema» a indurre l'osservatore a collegare fatti differenti.
È precisamente questo il rischio che dobbiamo evitare leggendo il romanzo.
I contenuti del romanzo
Il romanzo abbraccia un arco temporale di eccezionale ampiezza: dal 1959 al 2025.
Ma non costruisce questo lungo periodo attraverso una cronologia lineare.
Il tempo narrativo procede per ritorni, anticipazioni, salti, accostamenti.
All'interno di questa costruzione possono essere riconosciute diverse grandi fasi: le origini e la formazione del vecchio ordine; l'espansione economica dei primi anni Settanta; la prima guerra; la conquista del potere; la costruzione di nuove alleanze; l'estensione verso reti nazionali e poteri occulti; la seconda guerra; la pacificazione; l'espansione settentrionale; l'ingresso della nuova generazione; la crisi; la trasformazione politico-amministrativa; la successiva frammentazione; infine la dissoluzione e la resa dei conti.
L'interesse del libro consiste anche nel raccontare tre trasformazioni parallele.
La prima riguarda la criminalità.
Si passa progressivamente dalla violenza territoriale, visibile e immediatamente riconoscibile, a una capacità relazionale assai più articolata.
La seconda trasformazione riguarda l'economia criminale.
Il modello fondato sull'estorsione, sul sequestro e sulla forza si amplia verso gli appalti, l'impresa, gli investimenti e la proiezione extraregionale.
La terza trasformazione riguarda propriamente il potere.
La figura del capo visibile, riconoscibile per la capacità di esercitare direttamente la violenza, tende progressivamente a essere affiancata o sostituita dall'importanza dell'invisibilità, dell'intermediazione e delle relazioni.
Da questo punto di vista, le precedenti opere Sistema Reggio e Gotha costituiscono un retroterra fondamentale.
Il materiale narrativo del romanzo deriva in misura significativa da conoscenze investigative e giudiziarie già utilizzate in quelle opere. Da una parte emerge l'immagine di una rete di rapporti fra ’ndrangheta, imprenditori, professionisti, amministratori, giornalisti e ambienti politico-economici. Dall'altra viene evocata una tesi più forte: l'esistenza di un livello strategico e riservato capace di collegare criminalità e altri poteri.
Ed è proprio a questo punto che emerge la domanda critica fondamentale:
il romanzo rappresenta l'esistenza di un unico sistema di potere oppure costruisce narrativamente un sistema a partire da una pluralità di reti?
La differenza non è terminologica.
È sostanziale.
Una cosa è dimostrare che la ’ndrangheta abbia intrattenuto e intrattenga relazioni con settori della politica, dell'economia, delle professioni e delle istituzioni.
Altra cosa è sostenere che queste relazioni siano tutte riconducibili a un'unica direzione strategica.
Persino l'eventuale unitarietà organizzativa della ’ndrangheta non implica automaticamente l'esistenza di un unico centro capace di dirigere ogni iniziativa economica, politica e criminale delle differenti articolazioni territoriali.
Occorre quindi distinguere almeno tre livelli:
l'esistenza di relazioni;
la stabilità di tali relazioni;
l'eventuale esistenza di un centro capace di coordinarle unitariamente.
È nella tensione fra rete e sistema che si colloca uno dei problemi più interessanti dell'opera.
I vertici del sistema di potere cittadino nel periodo narrato
Per valutare correttamente la consistenza del potere criminale occorre introdurre un elemento decisivo, capace di evitare una lettura totalizzante della ’ndrangheta.
Se il romanzo attraversa oltre sessant'anni di storia cittadina, dobbiamo domandarci:
chi esercitava il potere a Reggio Calabria nello stesso periodo?
La risposta non può essere: soltanto la criminalità.
Nel medesimo spazio storico hanno operato molteplici forme di potere.
Vi è stato il potere politico-istituzionale: parlamentari, amministratori regionali, provinciali e comunali, partiti, sindacati.
Vi è stato il potere economico: imprese, banche, associazioni di categoria, Camera di commercio.
Vi è stato il potere giudiziario.
Vi sono stati Prefetti e Questori, amministrazioni e burocrazie.
Vi è stato il potere dell'informazione.
Vi sono stati gli ordini professionali, il mondo universitario, le organizzazioni sociali, il potere religioso e, progressivamente, reti economiche e criminali transnazionali.
Questa pluralità obbliga a cambiare prospettiva.
Non siamo davanti a una società composta da un unico sistema di potere e da una moltitudine di soggetti passivi.
Siamo davanti a una pluralità di sfere, ciascuna dotata di risorse, strumenti, autonomia e capacità di influenza differenti.
Il testo costruisce perciò una tassonomia di almeno dieci sfere di potere e sottolinea come esse possano entrare, secondo i casi, in rapporti di cooperazione, concorrenza, collusione, infiltrazione o resistenza.
È questa la vera chiave sistemica.
Non domandarsi soltanto chi detiene potere, ma come i poteri si relazionano.
Il problema, dunque, non è più esclusivamente:
chi comandava la ’ndrangheta?
La domanda diventa:
come si distribuiva il potere nella società reggina, quali sistemi lo esercitavano, attraverso quali risorse e quali relazioni intercorrevano tra loro?
Anche la dimensione quantitativa acquista, in questo quadro, un significato preciso.
La stima delle persone che dal 1960 al 2025 hanno ricoperto posizioni di vertice politico, istituzionale, giudiziario, amministrativo e professionale non deve essere letta come un censimento statistico definitivo. La sua funzione è euristica.
Serve a ricordare che sessant'anni di storia di una città non possono essere ricondotti alla biografia dei soli vertici criminali.
In altre parole: anche riconoscendo alla ’ndrangheta una capacità di penetrazione straordinariamente elevata, il potere cittadino resta plurale.
La ’ndrangheta è un potere.
È un potere violento, capace di intimidazione, corruzione, accumulazione e condizionamento.
Ma resta uno dei poteri presenti nella società, non la società nella sua interezza.
Questa distinzione non attenua la gravità del fenomeno mafioso.
Al contrario, consente di osservarlo con maggiore precisione.
Soltanto studiando le interazioni tra sistemi differenti possiamo comprendere dove il potere criminale sia riuscito a penetrare, dove abbia trovato complicità, dove abbia costruito scambi, dove sia entrato in competizione e dove, invece, abbia incontrato resistenza e sia stato sconfitto.
Lotta e contrasto alla criminalità
Questa distinzione conduce direttamente alla questione politica fondamentale.
Se interpretiamo la ’ndrangheta esclusivamente come organizzazione che commette reati, la risposta istituzionale coerente è prevalentemente repressiva: indagine, arresto, processo, condanna e confisca.
Si tratta di strumenti indispensabili.
Senza investigazione, processo, sanzione e aggressione patrimoniale non esiste uno Stato di diritto in grado di difendere cittadini, economia e istituzioni dalla violenza organizzata.
Ma se la ’ndrangheta è anche potere relazionale, la repressione, per quanto necessaria, non può essere sufficiente.
Occorre distinguere allora repressione e contrasto.
La repressione interviene sulle condotte penalmente rilevanti e sulle responsabilità individuali.
Il contrasto possiede una dimensione più ampia: cerca di ridurre gli spazi economici, istituzionali e sociali nei quali il potere criminale può formarsi, consolidarsi e riprodursi.
Ciò significa intervenire sulla qualità delle amministrazioni, sulla trasparenza degli appalti, sul credito legale, sulla solidità delle imprese, sulla qualità dei servizi pubblici, sulla scuola, sulla partecipazione civica, sullo spopolamento, sulla capacità amministrativa e sulle opportunità offerte alle nuove generazioni.
Il passaggio concettuale è decisivo:
la repressione sottrae potere alla criminalità esistente; la prevenzione deve impedire che lo spazio liberato venga nuovamente occupato.
In questa prospettiva si colloca anche una riflessione più ampia maturata negli anni da Giancarlo Caselli, protagonista per lungo tempo dell’azione giudiziaria contro i sistemi mafiosi. Il punto centrale del suo pensiero è che la lotta alla mafia non possa esaurirsi nella sola dimensione investigativa e repressiva. Indagini, processi e condanne restano indispensabili, ma intervengono quando il fenomeno criminale si è già manifestato.
Per questo Caselli richiama la necessità di affiancare all’azione giudiziaria una vera antimafia sociale, capace di incidere sulle condizioni che rendono più forte e più attrattivo il potere criminale: mancanza di lavoro, disuguaglianze, assenza di opportunità, debolezza dei servizi, impoverimento dei territori.
La prevenzione assume così un significato concreto: non soltanto vigilare o controllare, ma costruire alternative. Dove esistono lavoro, diritti, dignità, servizi e prospettive, si restringe lo spazio nel quale le organizzazioni criminali possono proporsi come fonte di reddito, protezione, mediazione o avanzamento sociale.
La posizione di Caselli rafforza quindi la distinzione tra repressione e contrasto: la mafia si reprime con la giustizia, ma si previene costruendo alternative.
Da qui la proposta di quattro assi complementari:
repressione - prevenzione istituzionale - sviluppo - partecipazione.
Nessuno di questi assi è autosufficiente.
La repressione senza sviluppo può lasciare intatte le condizioni di vulnerabilità.
Lo sviluppo senza controlli può mettere nuove risorse a disposizione di reti criminali già strutturate.
La partecipazione senza amministrazioni efficienti può ridursi a testimonianza morale priva di capacità trasformativa.
Il vero obiettivo, quindi, non può essere rappresentato soltanto attraverso la metafora bellica dello «sconfiggere il nemico».
Una democrazia liberale contrasta condotte, organizzazioni e meccanismi di potere mediante strumenti subordinati alla legge e alle garanzie.
E deve porsi anche una domanda ulteriore:
quale danno produce la criminalità nel sistema sociale?
L'impresa intimidita è certamente vittima di un reato.
Ma se l'intimidazione induce altre imprese a rinunciare a investire, a non denunciare, a modificare i propri comportamenti, il danno non rimane circoscritto alla vittima originaria.
Si propaga.
La paura può produrre mancata denuncia.
La mancata denuncia aumenta l'impunità percepita.
L'impunità rafforza la reputazione criminale.
La reputazione accresce la capacità intimidatoria.
A quel punto non siamo più davanti a un rapporto lineare tra causa ed effetto.
Il danno diventa ricorsivo.
E proprio da questa ricorsività prende avvio il successivo passaggio teorico.
Le metafore di Bauman e Morin
Per comprendere in maniera più profonda i rapporti fra sistema e sottosistemi, fra potere formale e potere relazionale, fra criminalità e società, si impone un passaggio teorico più ambizioso: utilizzare alcune categorie provenienti dal pensiero di Luhmann, Bauman e Morin.
È necessario, però, procedere con cautela.
I tre autori appartengono a tradizioni differenti e non possono essere sovrapposti.
Le loro categorie possono essere utilizzate come tre lenti complementari, non come parti di un'unica teoria.
Luhmann: la struttura
Luhmann invita ad abbandonare l'immagine di una società governata da un unico centro.
Politica, diritto, economia, scienza, informazione, educazione e altri sistemi operano secondo logiche relativamente autonome.
La politica non può semplicemente comandare all'economia.
Il diritto non coincide con la politica.
L'informazione utilizza criteri differenti da quelli giudiziari.
La società moderna è quindi policentrica e differenziata.
Questa osservazione è fondamentale per il nostro discorso.
Se la società non possiede un unico centro, dobbiamo essere prudenti anche quando rappresentiamo la ’ndrangheta come se fosse capace di trasformarsi nel centro occulto dell'intera società.
Affermare che un potere criminale interagisca con molti sistemi non equivale ancora a dimostrare che li governi tutti.
È precisamente questa la distinzione tra pervasività relazionale ed egemonia sistemica.
Bauman: la trasformazione
Bauman aggiunge a questa rappresentazione la metafora della liquidità.
Le strutture diventano meno stabili.
I legami più reversibili.
Il lavoro più precario.
Le identità più mobili.
E, soprattutto, cresce la distanza fra i luoghi nei quali formalmente risiede il potere politico e quelli nei quali una parte del potere concretamente opera.
La metafora del liquido è efficace proprio perché consente di immaginare un potere che non scompare, ma cambia forma.
Diventa più difficile da localizzare.
Si sposta.
Attraversa confini.
Si adatta ai contenitori che incontra.
Applicata alla criminalità organizzata, questa immagine consente di cogliere il passaggio dalla dimensione territoriale e visibile della forza a forme di potere più mobili, finanziarie, relazionali e capaci di attraversare il confine tra economia legale e illegale.
Il potere criminale non ha più bisogno di manifestarsi continuamente attraverso la violenza.
Può trasformare la violenza pregressa in reputazione, la reputazione in capacità di mediazione, la mediazione in dipendenza.
Morin: il metodo
Morin impedisce però che questa crescente complessità venga confusa con l'indeterminatezza.
Il tutto non è semplicemente la somma delle parti.
Ma non è nemmeno un'entità misteriosa capace di annullare le parti.
Per comprendere un fenomeno complesso dobbiamo osservare contemporaneamente:
attori + strutture + relazioni + ambiente + retroazioni + trasformazioni.
Qui interviene il tema della causalità ricorsiva.
Un effetto può retroagire sulla propria causa.
Il prodotto può diventare produttore.
La sequenza non è più semplicemente:
A produce B.
Può diventare:
A → B → C → A.
Applicata alla criminalità organizzata, questa categoria diventa particolarmente feconda.
Possiamo avere:
intimidazione → paura → mancata denuncia → maggiore impunità → reputazione criminale → nuova capacità intimidatoria.
Oppure:
mediazione → accesso alle risorse → dipendenza → consenso → maggiore capacità di mediazione → nuova dipendenza.
A quel punto il fenomeno criminale non produce soltanto singoli danni.
Contribuisce a modificare le condizioni attraverso le quali esso stesso riesce a riprodursi.
Entropia e negentropia sociale
È qui che compare il concetto di entropia sociale, che deve essere utilizzato esplicitamente come metafora interpretativa e non come meccanica trasposizione di una categoria della termodinamica.
L'entropia sociale aumenta quando diminuiscono:
la fiducia;
la qualità dell'informazione;
la capacità istituzionale;
l'autonomia economica;
la prevedibilità delle regole.
Una società nella quale il cittadino non sa se una regola verrà applicata, l'impresa non sa se potrà competere senza mediazioni, il funzionario non sa se sarà protetto, la denuncia appare inutile e l'accesso alle opportunità dipende dalle relazioni personali è una società nella quale aumenta il disordine relazionale.
La risposta deve allora produrre negentropia sociale:
più informazione;
più autonomia;
più competenza;
più fiducia;
più partecipazione;
maggiore capacità di correzione.
Da qui una conclusione particolarmente significativa.
Una società non contiene stabilmente il fenomeno criminale soltanto perché possiede un apparato repressivo più potente.
Lo contiene realmente quando i propri sistemi diventano sufficientemente autonomi, efficienti e resilienti da sottrarre alla criminalità quelle funzioni improprie di intermediazione, protezione, allocazione delle risorse e regolazione delle relazioni che essa pretende di esercitare.
La formula diventa allora:
repressione del reato + prevenzione del danno + rafforzamento dei sistemi sociali + retroazione = equilibrio dinamico.
L'equilibrio non è immobilità.
È capacità del sistema di correggersi.
Ma proprio Morin introduce anche l'antidoto contro un uso eccessivamente generico della categoria di complessità.
Complessità non significa che tutto dipende da tutto.
Se così fosse, ogni responsabilità individuale verrebbe dissolta nel sistema; ogni nesso causale diventerebbe indeterminabile; ogni ipotesi sarebbe potenzialmente compatibile con ogni altra.
La complessità deve quindi aumentare la precisione dell'analisi, non distruggerla.
Per questo la sintesi resta:
Luhmann ci offre la struttura; Bauman descrive la trasformazione; Morin ci offre il metodo.
La qualificazione del romanzo
Arriviamo così alla domanda apparentemente letteraria che, in realtà, riassume tutti i problemi precedenti:
che libro è questo?
Non sembra poterlo definire romanzo storico.
Non è un'inchiesta giudiziaria, perché non è sottoposto alle regole probatorie dell'indagine e del processo.
Non è una ricostruzione storiografica in senso proprio, perché utilizza libertà narrative incompatibili con il metodo dello storico.
Non è neppure un puro romanzo criminale, perché il suo oggetto eccede continuamente la storia dei criminali e tende a investire il funzionamento complessivo della società.
L'opera si colloca piuttosto in una zona di confine tra romanzo criminale, cronaca, memoria, ricostruzione giudiziaria e narrativa non-fiction.
La sua struttura è quella del mosaico.
Il tempo narrativo non è lineare. Dal 1959 si può passare al 2008, poi tornare indietro e procedere nuovamente avanti. Il lettore riceve progressivamente tessere differenti: famiglia, violenza, carcere, economia, politica, giustizia, tradimento, guerra, alleanze, vecchiaia. Soltanto la loro progressiva combinazione produce l'immagine complessiva.
Questa scelta impone, tuttavia, di non giudicare l'opera esclusivamente attraverso i parametri del romanzo tradizionale. Se il modello assunto fosse quello del grande romanzo ottocentesco - fondato su una trama prevalentemente lineare, sullo sviluppo progressivo dei personaggi e sulla concatenazione causale degli eventi - la frammentarietà apparirebbe quasi inevitabilmente come una carenza.
Ma una parte rilevante della letteratura novecentesca ha precisamente messo in discussione questa concezione della narrazione. La crisi della linearità, la moltiplicazione dei punti di vista, la discontinuità temporale, il frammento e il montaggio hanno cessato di essere necessariamente imperfezioni dell'opera e sono diventati, in determinate esperienze letterarie, principi costruttivi della forma.
Da questo punto di vista, occorre introdurre almeno tre ulteriori criteri di giudizio: la forza degli archetipi, l'estetica del frammento e il montaggio narrativo.
9.1La forza degli archetipi e delle figure-tipo
In un'opera che rinuncia almeno in parte alla costruzione tradizionale del personaggio - cioè a una figura che nasce, si trasforma psicologicamente attraverso una trama e giunge alla conclusione profondamente modificata dalle esperienze vissute - acquista un'importanza particolare il ricorso alle figure-tipo.
Nel racconto della criminalità organizzata ricorrono inevitabilmente alcune figure riconoscibili: il capo criminale, l'uomo d'onore del vecchio ordine, il giovane che aspira alla successione, il politico disponibile alla mediazione, il professionista che mette le proprie competenze al servizio delle relazioni di potere, l'imprenditore, il funzionario, il magistrato, il collaboratore, il traditore, il mediatore.
Il rischio, in questi casi, è evidente.
La figura-tipo può ridursi allo stereotipo.
Il boss può diventare soltanto «il boss».
Il politico soltanto «il politico corrotto».
Il magistrato soltanto «il magistrato eroe» o, specularmente, «il magistrato appartenente al sistema».
Il professionista può essere ridotto alla funzione che svolge nella costruzione della tesi.
Quando questo accade, il personaggio perde autonomia letteraria. Non esiste più come persona narrativamente complessa, ma come semplice dimostrazione di un'idea precedente alla narrazione.
Ed è qui che si misura una parte importante del valore estetico dell'opera.
La domanda critica non è soltanto se quel personaggio abbia un corrispettivo nella realtà. È piuttosto:
riesce l'autore a trasformare una figura funzionale alla propria tesi in un personaggio dotato di individualità, contraddizioni, desideri, paure, ambiguità e profondità psicologica?
Se ciò avviene, la figura-tipo può elevarsi fino all'archetipo narrativo.
L'archetipo non è lo stereotipo.
Lo stereotipo semplifica fino ad appiattire. L'archetipo, al contrario, parte da una figura riconoscibile per raggiungere una dimensione più generale dell'esperienza umana.
Il capo criminale, allora, non rappresenta soltanto una determinata organizzazione: può diventare una figura del rapporto tra potere e paura, tra autorità e solitudine, tra successione e vecchiaia.
Il traditore può rappresentare il conflitto tra appartenenza e sopravvivenza.
Il mediatore può incarnare l'ambiguità del potere che non comanda direttamente ma rende possibili le relazioni fra mondi differenti.
Il figlio può rappresentare il problema della trasmissione del potere e dell'eredità.
La donna che rompe il vincolo familiare può trasformarsi nella figura della ribellione a un ordine che pretende di perpetuarsi attraverso il sangue.
È in questo passaggio che il materiale di cronaca può superare se stesso.
Se il collage investigativo produce soltanto personaggi funzionali alla dimostrazione della tesi, resta prevalentemente documento trasformato in racconto. Se invece riesce a produrre figure vive e, in qualche misura, universali, allora la trasformazione letteraria è effettivamente avvenuta.
L'opera non vale più soltanto per ciò che racconta della ’ndrangheta, ma per ciò che riesce a dire del potere, della paura, dell'ambizione, della fedeltà, del tradimento, della famiglia, della vecchiaia e della morte.
Ed è precisamente qui che il valore estetico può emanciparsi dal valore documentario.
9.2L'estetica del frammento
La seconda categoria utile è quella dell'estetica del frammento.
Il frammento non deve essere necessariamente interpretato come ciò che resta di una totalità incompleta. Nella sensibilità novecentesca può diventare la forma stessa attraverso la quale una realtà complessa si lascia rappresentare.
La verità non è più contenuta integralmente in una storia unica, ordinata da un narratore capace di conoscere tutto e di ricondurre ogni evento a una spiegazione definitiva. Essa si manifesta attraverso schegge, episodi, dialoghi, dettagli, ritorni, lacune e contraddizioni.
È il lettore che deve comporre.
E questa caratteristica appare particolarmente coerente con l'oggetto del romanzo.
Un sistema di potere non si mostra necessariamente nella sua interezza. Si manifesta attraverso episodi separati: una conversazione, un incontro, una nomina, un omicidio, un affare, una campagna elettorale, una relazione familiare, una detenzione, una trattativa, un passaggio generazionale.
Ciascun episodio, isolatamente, dice poco.
Ma l'accostamento di molti frammenti può far emergere una configurazione.
Il romanzo-mosaico riproduce così, sul piano della forma, qualcosa che appartiene al suo stesso oggetto: la difficoltà di vedere il sistema nel momento in cui si osservano soltanto le singole relazioni.
Da questo punto di vista, la frammentazione non è necessariamente un limite da perdonare. Può costituire la scelta estetica attraverso la quale viene rappresentata una realtà che non si offre mai simultaneamente all'osservatore.
Rimane, naturalmente, un criterio discriminante.
La frammentazione è letterariamente efficace quando i frammenti, pur conservando la propria autonomia, generano nell'insieme un significato superiore.
Se invece la successione degli episodi rimane una semplice giustapposizione di materiale eterogeneo, il mosaico non si compone: resta un archivio narrativizzato.
La differenza può essere espressa così:
frammentazione + principio compositivo = forma;
frammentazione senza principio compositivo = dispersione.
È su questo confine che deve esercitarsi il giudizio critico.
9.3Il montaggio narrativo
La terza categoria è quella del montaggio, termine che la letteratura novecentesca condivide con l'esperienza cinematografica.
Nel montaggio il significato non risiede necessariamente nei singoli elementi. Nasce dal loro accostamento.
Due scene, considerate separatamente, possiedono un determinato significato. Poste una accanto all'altra possono produrne un terzo, che nessuna delle due conteneva autonomamente.
Questo meccanismo appare particolarmente importante in un'opera che continuamente accosta periodi storici differenti.
Il bambino degli anni Cinquanta può essere collocato accanto all'uomo arrestato mezzo secolo più tardi.
La formazione di una gerarchia criminale può essere accostata al suo disfacimento.
L'esercizio visibile della violenza può essere posto accanto all'invisibilità della generazione successiva.
La conquista del potere accanto alla solitudine finale di chi quel potere ha esercitato.
Il significato nasce allora non soltanto da ciò che viene raccontato, ma dal modo in cui le sequenze vengono collocate reciprocamente.
Il montaggio rende così possibile una forma di causalità narrativa diversa dalla cronologia.
Non necessariamente:
evento A → evento B → evento C.
Ma:
evento del passato ↔ conseguenza futura ↔ ritorno al passato ↔ nuova interpretazione del presente.
Il lettore, conoscendo anticipatamente l'esito di una vicenda, legge diversamente le sue origini. E quando ritorna al presente porta con sé ciò che ha appreso dal passato.
È una sorta di retroazione narrativa: il futuro modifica il significato del passato e il passato modifica la comprensione del futuro.
Questo aspetto si collega, non casualmente, alla riflessione precedente su Morin. Come nella causalità ricorsiva l'effetto può retroagire sulla causa, così nel montaggio narrativo un episodio successivo può modificare retrospettivamente il significato di ciò che abbiamo già letto.
La forma del romanzo e la teoria del sistema finiscono così per avvicinarsi.
9.4Dal personaggio al sistema
Alla luce di queste categorie, assume maggiore precisione anche l'affermazione secondo cui il vero protagonista non è necessariamente Borruto né un altro singolo personaggio.
Il protagonista è il sistema.
O, più precisamente:
9.5Il protagonista è la rappresentazione narrativa di un sistema di potere.
Questo spiega anche perché i personaggi non debbano necessariamente possedere tutti la stessa profondità psicologica richiesta a un romanzo integralmente centrato sulla formazione individuale.
La loro funzione può essere anche relazionale: ciascuno rende visibile una parte del sistema.
Ma proprio per questo il valore letterario dipende dalla capacità dell'autore di evitare che essi diventino semplici caselle di un diagramma sociologico.
Il sistema deve emergere attraverso le persone, non al posto delle persone.
Se la tesi inghiotte completamente il personaggio, siamo davanti a una dimostrazione narrativa.
Se il personaggio conserva autonomia, ambivalenza e imprevedibilità, allora nasce letteratura.
9.6La faction e la trasformazione della cronaca
È a questo punto che collocherei l'opera nella categoria della faction, o narrativa del verosimile.
Fatti reali, materiali giudiziari e investigativi, persone e vicende riconoscibili vengono sottoposti a un processo di selezione, condensazione, generalizzazione e trasformazione narrativa. La decontestualizzazione e la generalizzazione diventano strumenti mediante i quali il materiale originario viene trasformato in rappresentazione.
Questa qualificazione non diminuisce il valore dell'opera.
Ne precisa lo statuto.
La domanda critica diventa allora non soltanto:
quanto di ciò che leggiamo è realmente accaduto?
ma anche:
che cosa ha fatto la letteratura di ciò che è accaduto?
È questa seconda domanda a determinare propriamente il valore estetico.
Il romanzo non deve dimostrare che ogni relazione narrata sia avvenuta esattamente nel modo rappresentato. La sua forza consiste nel costruire un verosimile sociale capace di interrogare il lettore sulla natura del potere.
Il limite nasce quando quel verosimile viene trasferito senza mediazioni sul piano del vero storico o, ancora più problematicamente, su quello del vero giudiziario.
Ma esiste anche un limite propriamente letterario.
Un'opera fondata su materiale investigativo non acquista automaticamente valore estetico per il solo fatto che i fatti narrati siano drammatici, scandalosi o giudiziariamente rilevanti.
La cronaca offre all'autore un materiale ad altissima intensità narrativa: omicidi, guerre, tradimenti, denaro, sesso, politica, processi, potere, segreti. Ma la forza intrinseca di questi contenuti può diventare anche un'insidia.
Il materiale può essere tanto potente da simulare il valore letterario.
Il lettore può essere catturato dall'eccezionalità dei fatti anche quando la loro trasformazione artistica sia minima.
Per questo il criterio decisivo non è la spettacolarità della materia, ma la qualità della trasformazione.
Un romanzo senza trama lineare che assembli tesi investigative, materiali processuali e cronaca può raggiungere un livello molto elevato di ingegneria narrativa quando riesce a trasformare:
la cronaca in rappresentazione;
il personaggio reale in figura narrativa;
la figura-tipo in archetipo;
il documento in scena;
la successione degli episodi in montaggio;
la frammentazione in stile;
il fatto particolare in interrogazione universale sul potere.
Quando questo processo avviene, l'origine investigativa dei materiali non costituisce un limite, ma diventa materia prima della letteratura.
Quando invece manca, l'opera corre il rischio opposto: utilizzare il fascino delle inchieste, delle rivelazioni e dello scandalo come sostituto della costruzione letteraria. In quel caso può conservare interesse giornalistico, documentario o commerciale, ma il suo valore estetico risulta necessariamente più modesto.
Questa è, a mio avviso, la vera discriminante critica:
non se il romanzo possieda o meno una trama tradizionale, ma se abbia saputo trasformare la propria frammentarietà in forma.
Per questo proporrei come definizione conclusiva:
Un romanzo-mosaico di faction, a forte impianto sociopolitico, costruito mediante il montaggio e la rielaborazione narrativa di materiali storici, giornalistici, investigativi e giudiziari; un'opera nella quale il frammento sostituisce la linearità, le figure-tipo tendono ad assumere funzione archetipica e la vicenda criminale diventa lo strumento attraverso cui rappresentare una più generale teoria del potere nella società reggina.
Questa definizione consente anche di formulare con maggiore precisione la valutazione critica.
Il libro acquista maggiore forza quando viene letto come domanda sul potere.
Diventa più problematico quando viene assunto come dimostrazione storica dell'esistenza di un unico sistema capace di governare tutti gli altri.
La domanda finale, allora, non dovrebbe essere soltanto:
chi erano i padroni della ’ndrangheta?
Dovrebbe essere più ampia:
quali poteri hanno governato Reggio Calabria in questi sessant'anni, come si sono distribuiti, quando hanno cooperato, quando si sono combattuti, quando uno ha condizionato l'altro e attraverso quali vuoti il potere criminale è riuscito a trasformarsi da forza violenta in capacità di relazione?
E da questa domanda storica ne deriva inevitabilmente una politica:
come si riduce quel potere?
Non soltanto arrestando chi commette reati - funzione irrinunciabile dello Stato - ma costruendo una società nella quale l'impresa non abbia bisogno dell'intermediario, il cittadino non abbia bisogno del favore, l'amministrazione non abbia bisogno della relazione personale, il giovane non sia costretto a partire, l'informazione rimanga autonoma, la politica eserciti responsabilmente la propria funzione e la comunità recuperi capacità di autogoverno.
È qui che romanzo, storia, sociologia, diritto e politica possono incontrarsi senza confondersi.
Il romanzo rappresenta. La storia ricostruisce. L'indagine formula e verifica ipotesi. Il processo accerta responsabilità. La sociologia osserva le relazioni. La critica letteraria giudica se quella rappresentazione sia diventata forma.
E infine:
la politica e la società hanno il compito di modificare le condizioni che consentono al potere criminale di riprodursi.
In questa prospettiva, la questione estetica e quella conoscitiva finiscono per incontrarsi in un punto preciso: il valore del romanzo non dipende dalla quantità di verità giudiziaria che contiene, ma dalla capacità con cui trasforma materiali appartenenti alla realtà in una forma narrativa autonoma, capace di produrre conoscenza senza pretendere di sostituirsi né alla storia né al processo.
Il rapporto con la magistratura
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha affrontato il tema dei rapporti tra magistratura e società civile, muovendo da una distinzione tra la legittimità delle relazioni personali e professionali e la valutazione della loro opportunità.
Romeo ha quindi richiamato la propria esperienza professionale, affermando di avere sempre considerato i magistrati come espressione di un ordine istituzionale da avvicinare con rispetto e con la dovuta distanza. Riprendendo un’espressione attribuita ad Andreotti, li ha definiti «sacerdoti del diritto», intendendo sottolineare la particolare dignità della funzione giudiziaria e la necessità di preservarne l’autonomia.
In questo quadro ha ricordato alcuni magistrati che, a suo giudizio, hanno rappresentato figure di elevato spessore professionale e intellettuale nella storia di Reggio Calabria, tra i quali Giuseppe Viola, Marino e altri esponenti della magistratura e delle forze dell’ordine. Il riferimento non era limitato alla loro attività istituzionale, ma riguardava anche il contributo offerto alla vita sociale, culturale e sportiva della città.
Secondo la ricostruzione proposta da Romeo, vi fu una fase della storia reggina nella quale la partecipazione dei magistrati alla vita cittadina era considerata un’espressione ordinaria e meritoria dell’impegno civile. La società veniva percepita come un insieme di componenti differenti - imprenditori, commercianti, professionisti, impiegati, magistrati, forze dell’ordine e cittadini - capaci di convivere nel rispetto dei rispettivi ruoli. La criminalità, pur presente e perseguita dalle istituzioni, era considerata una componente minoritaria e marginale rispetto alla comunità. Si tratta di una rappresentazione della memoria sociale di quel periodo, che non esclude l’esistenza di conflitti, illegalità o fenomeni criminali, ma restituisce il diverso modo in cui venivano percepiti i rapporti tra istituzioni e società.
Un esempio significativo è costituito dall’impegno del giudice Giuseppe Viola, presidente di sezione della Corte d’Appello, nella pallacanestro reggina. La Cestistica Piero Viola, fondata nel 1966 in memoria del fratello Piero, divenne progressivamente una delle principali espressioni dell’identità sportiva cittadina. Dopo la morte del fratello, Giuseppe Viola ne raccolse l’eredità sportiva, contribuendo allo sviluppo di una società che avrebbe raggiunto la Serie A1 nel 1984 e nuovamente nel 1989. La vicenda della Viola viene richiamata come esempio di un’attività associativa capace di creare appartenenza, mobilitare la comunità e offrire alla città una bandiera condivisa.
Analogo significato assume, nella ricostruzione, l’impegno del giudice Giuseppe Tuccio nella promozione della Libera Università di Reggio Calabria. La Gazzetta del Sud del 12 novembre 1973 dava notizia della costituzione del Consorzio per la Libera Università, del quale Tuccio venne eletto presidente, con la partecipazione di esponenti del mondo professionale, imprenditoriale e culturale cittadino. Il successivo articolo del 22 dicembre 1973, relativo all’apertura del primo anno accademico, riportava l’obiettivo di formare una classe dirigente capace di sostenere lo sviluppo industriale del territorio. Il Consorzio avrebbe poi concluso la propria esperienza in seguito all’istituzione dell’Università Mediterranea, con la legge 14 agosto 1982, n. 590, e al riconoscimento dei percorsi accademici degli studenti.
L’esperienza di Tuccio si estese anche all’ambito sportivo, dapprima nella società Viola e successivamente, sino al 1980, nella presidenza della squadra di pallacanestro CAP. Anche in questo caso, l’impegno del magistrato viene presentato come parte di una più ampia partecipazione alla costruzione delle istituzioni e delle forme associative della città.
Un ulteriore riferimento riguarda il magistrato Franco Pontorieri, al quale venne affidata la gestione commissariale del Libero Istituto Universitario Statale di Architettura, in attesa della costituzione degli organi accademici. La gestione provvisoria, affiancata da un comitato di professori nominati dal Ministero della Pubblica Istruzione, si concluse nel 1976 con l’elezione del professor Antonio Quistelli alla direzione dell’Istituto. Anche questa esperienza testimonia, nella prospettiva del relatore, il ruolo svolto da figure della magistratura in iniziative di interesse pubblico e nella formazione delle istituzioni universitarie reggine.
Vi sono stati altri esempi di rapporti tra magistrati e ambiente locale. Tra i tanti vanno ricordati i nomi del procuratore generale Guido Neri, Giuliano Gaeta, Giovanni Montera, Giacomo Foti e Pasqualino Ippolito.
Tali riferimenti vengono riportati come elementi della ricostruzione proposta non implicano, di per sé, alcuna valutazione di illiceità o di condizionamento della funzione giudiziaria. La loro rilevanza, nell’economia dell’intervento, consiste nel mostrare come, in un determinato contesto storico, relazioni oggi potenzialmente oggetto di particolare attenzione fossero percepite come compatibili con la posizione istituzionale dei magistrati.
Il confronto tra quelle esperienze e il presente conduce al nucleo dell’argomentazione: il mutamento del contesto sociale modifica anche il significato e la percezione delle relazioni. Una relazione personale, associativa o professionale non costituisce automaticamente un rapporto di collusione, così come la partecipazione alla vita civile non comporta necessariamente una compromissione dell’indipendenza.
La riflessione si conclude con il ricordo di una stagione nella quale, i magistrati circolavano liberamente per la città, spesso senza scorta e senza particolari preoccupazioni per la propria sicurezza. L’immagine viene utilizzata per rappresentare una diversa condizione del rapporto tra istituzioni e comunità, prima che le trasformazioni del fenomeno criminale, dei conflitti sociali e della percezione pubblica del potere rendessero più complessa e problematica la relazione tra magistratura e società.
Il tema, pertanto, non è quello di contrapporre una presunta armonia del passato a una degenerazione del presente, ma di comprendere come siano mutate le condizioni sociali e istituzionali entro le quali le relazioni vengono esercitate e giudicate. La distinzione tra relazione, opportunità, condizionamento e responsabilità rimane essenziale per evitare tanto la criminalizzazione indiscriminata dei rapporti sociali quanto la sottovalutazione delle situazioni nelle quali tali rapporti possano incidere sull’autonomia delle funzioni pubbliche.
Luhmann, Bauman e Morin come chiavi interpretative
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha precisato che la diversità delle proprie valutazioni rispetto a quelle di Claudio Cordova non riguarda la gravità del fenomeno criminale né la necessità di combatterlo, ma il metodo attraverso il quale affrontarlo. La criminalità organizzata, ha osservato, costituisce un fenomeno grave e pericoloso, la cui repressione è indispensabile; tuttavia, la sola azione repressiva non è sufficiente a contrastarne stabilmente la capacità di riproduzione. Occorre affiancarle interventi rivolti ai diversi sistemi di potere che costituiscono l’asse portante di una comunità.
Il richiamo a Bauman, formulato nel corso dell’intervento, introduce dunque una prospettiva più ampia: il fenomeno criminale non deve essere considerato soltanto attraverso le condotte dei suoi appartenenti, ma anche attraverso le relazioni che esso instaura con la società e le condizioni che ne consentono il radicamento. Per chiarire questa impostazione è utile accostare, pur mantenendone distinte le rispettive teorie, le riflessioni di Niklas Luhmann, Zygmunt Bauman ed Edgar Morin.
11.1La società differenziata e il potere relazionale
I tre autori convergono nel superamento di una rappresentazione semplice, lineare e monocausale della società, ma lo fanno da prospettive differenti: Luhmann attraverso la differenziazione dei sistemi sociali, Bauman attraverso la categoria della liquidità, Morin attraverso il paradigma della complessità.
Per Luhmann, la società moderna non possiede un unico centro dal quale venga esercitato tutto il potere. Essa è costituita da sistemi funzionalmente differenziati - politica, diritto, economia, amministrazione, informazione, scienza, educazione - ciascuno dotato di una propria logica e di una relativa autonomia. La politica, pertanto, non coincide con la società e non può dirigere integralmente gli altri sistemi. Allo stesso modo, l’economia, il diritto o l’informazione non possono essere assunti singolarmente come spiegazione complessiva dell’ordine sociale.
Il potere stesso assume così una dimensione eminentemente relazionale: non consiste soltanto nella posizione formalmente occupata da un soggetto, ma anche nella capacità di influenzare decisioni, aspettative e comportamenti. Ne deriva una concezione policentrica della società, nella quale diventa necessario ricostruire non soltanto i singoli centri di potere, ma soprattutto le relazioni attraverso cui differenti soggetti e sistemi si condizionano reciprocamente.
Questa prospettiva consente di comprendere il significato della distinzione proposta da Romeo tra lotta e contrasto. La repressione agisce nei confronti delle organizzazioni e delle condotte criminali; il contrasto, inteso in senso più ampio, deve interrogarsi anche sulle relazioni attraverso le quali il potere criminale riesce a inserirsi nei diversi ambiti della società, senza per questo considerarli indistintamente parte di un unico sistema criminale.
Bauman: la trasformazione delle strutture e la separazione tra politica e potere
Bauman introduce un secondo elemento: quello della trasformazione e dell’instabilità. Nella modernità liquida, strutture, appartenenze, relazioni e identità diventano meno stabili, mentre si accentua la separazione tra politica e potere. La politica continua prevalentemente a operare entro confini territoriali e istituzionali; una parte del potere, soprattutto economico e finanziario, diventa invece mobile e capace di attraversare quei confini. Ne deriva una crescente difficoltà delle istituzioni tradizionali a governare integralmente fenomeni che si producono al di fuori del loro immediato spazio di controllo.
Luhmann e Bauman conducono dunque, attraverso percorsi diversi, a una conclusione convergente: la società contemporanea non può essere rappresentata come un ordine rigidamente gerarchico governato da un unico vertice. In Luhmann ciò deriva dalla differenziazione e dall’autonomia dei sistemi; in Bauman dalla fluidificazione delle strutture e dalla crescente mobilità del potere.
Occorre però mantenere una distinzione essenziale: per Luhmann la differenziazione non equivale necessariamente a disgregazione, mentre Bauman insiste maggiormente sulla precarietà, sull’incertezza e sull’indebolimento dei legami prodotti dalla modernità liquida. Il primo descrive prevalentemente l’architettura della complessità; il secondo ne mette in evidenza alcune conseguenze sociali e umane.
Applicata al fenomeno criminale, questa lettura permette di interrogarsi sugli spazi che possono aprirsi quando le mediazioni istituzionali risultano deboli, lente o insufficienti. In tali condizioni, un’organizzazione criminale può riuscire a offrire forme alternative di mediazione, accesso alle risorse, protezione o regolazione delle relazioni, trasformando la propria capacità coercitiva in dipendenza e influenza sociale. Si tratta di un’applicazione interpretativa delle categorie di Bauman, non di una teoria della criminalità organizzata direttamente formulata dall’autore.
Morin: complessità e causalità ricorsiva
Morin consente di collegare queste trasformazioni attraverso il paradigma della complessità. Un fenomeno sociale non può essere compreso soltanto scomponendolo nelle sue singole parti, ma neppure dissolvendo le responsabilità individuali in una generica rappresentazione del «sistema». Occorre considerare contemporaneamente attori, strutture, relazioni, ambiente, retroazioni e trasformazioni nel tempo. La parte deve essere compresa attraverso il tutto, ma anche il tutto attraverso le parti.
Particolarmente importante è il concetto moriniano di causalità ricorsiva. Nei fenomeni complessi non opera necessariamente una successione lineare nella quale una causa produce un effetto e il processo si conclude. L’effetto può retroagire sulla causa e contribuire a rafforzarla, generando circuiti che tendono ad autoalimentarsi. Il prodotto diventa, in questo senso, a sua volta produttore.
Un esempio generale è costituito dal rapporto tra inefficienza istituzionale e sfiducia: l’inefficienza può produrre sfiducia, la sfiducia ridurre la partecipazione, la minore partecipazione indebolire ulteriormente le istituzioni e tale indebolimento accrescere l’inefficienza iniziale. Non si è più di fronte a una semplice relazione di causa ed effetto, ma a un circuito nel quale le conseguenze contribuiscono a riprodurre le condizioni che le hanno generate.
11.2La ’ndrangheta come fenomeno sociale e potere relazionale
Queste categorie acquistano una particolare utilità se applicate, in termini interpretativi, allo studio della ’ndrangheta come fenomeno sociale e potere relazionale. La ricostruzione giudiziaria deve necessariamente individuare organizzazioni, vertici, decisioni, condotte e responsabilità individuali. Questa prospettiva è indispensabile sul piano penale, ma non esaurisce l’analisi sociologica del fenomeno.
Attraverso Luhmann possiamo domandarci con quali sistemi sociali il potere criminale riesca a interagire: politica, economia, amministrazione, professioni, informazione e territorio. Attraverso Bauman possiamo osservare quali spazi si producano quando le mediazioni istituzionali si indeboliscono e il potere diventa più mobile e meno immediatamente riconducibile ai tradizionali centri decisionali. Attraverso Morin possiamo infine comprendere come gli effetti della presenza criminale possano retroagire sulla società e contribuire a creare le condizioni della propria riproduzione.
L’intimidazione, ad esempio, può produrre paura; la paura può ridurre la propensione alla denuncia; la mancata denuncia può accrescere l’impunità percepita; questa può rafforzare la reputazione criminale, che aumenta ulteriormente la capacità intimidatoria. Analogamente, la mediazione criminale può consentire accesso alle risorse; l’accesso può generare dipendenza; la dipendenza può trasformarsi in acquiescenza o consenso e accrescere ulteriormente la capacità di mediazione. Il fenomeno assume così una dimensione sistemica e ricorsiva.
In questa prospettiva, la ’ndrangheta può essere studiata non soltanto come organizzazione che commette reati, ma come potere capace di produrre relazioni e di modificare comportamenti e aspettative sociali. Il danno criminale, pertanto, non termina necessariamente con la vittima immediata: può propagarsi nelle relazioni sociali e retroagire sull’ambiente, creando condizioni favorevoli alla riproduzione dello stesso potere che lo ha originariamente prodotto.
11.3La distinzione tra sistema criminale e società complessa
Occorre tuttavia evitare un possibile equivoco. Definire il fenomeno «sistemico» non significa sostenere che tutto sia indistintamente collegato a tutto, né che la ’ndrangheta costituisca necessariamente un unico sistema capace di governare politica, economia, amministrazione, magistratura e informazione. Una simile conclusione richiederebbe una dimostrazione autonoma e ben più forte.
La complessità deve servire ad aumentare la capacità di distinguere le relazioni, non a trasformare ogni relazione nella prova dell’esistenza di un unico centro occulto di comando. Il fatto che un’organizzazione criminale interagisca con soggetti appartenenti a differenti ambiti sociali non comporta, di per sé, che tali ambiti siano integralmente subordinati al potere criminale. Occorre invece accertare la natura delle singole relazioni, la loro stabilità, le risorse coinvolte e l’effettiva capacità di condizionamento.
Questa distinzione è essenziale anche per il rapporto tra analisi sociologica e accertamento giudiziario. La prima può ricostruire le condizioni sociali di produzione e riproduzione del potere; il secondo deve accertare fatti e responsabilità secondo le regole e gli standard propri del processo penale. Le due prospettive possono integrarsi sul piano della conoscenza, ma non devono essere confuse.
11.4Dalla repressione al contrasto del potere criminale
L’accostamento dei tre autori può pertanto essere ricondotto a una formula interpretativa: Luhmann fornisce la struttura, Bauman descrive la trasformazione, Morin offre il metodo. Luhmann mostra una società differenziata e priva di un unico centro; Bauman descrive la crescente mobilità e instabilità delle strutture e la separazione tra politica e potere; Morin permette di comprendere le interdipendenze e le retroazioni attraverso le quali gli effetti prodotti da un fenomeno possono modificare il sistema che li ha generati.
È su questa base che può essere compresa la posizione espressa da Romeo nel corso del dibattito. La lotta alla criminalità, intesa come repressione delle condotte e accertamento delle responsabilità, rimane necessaria e insostituibile. Tuttavia, se il potere criminale si riproduce anche attraverso relazioni, dipendenze e condizioni sociali, il contrasto deve estendersi alle vulnerabilità che ne consentono l’inserimento e il consolidamento.
Ciò non significa attribuire alla magistratura il compito di governare la società, né subordinare l’autonomia dei diversi sistemi a un unico centro di direzione. Significa, piuttosto, riconoscere che la riduzione stabile del potere criminale richiede il concorso di funzioni differenti: la giustizia nell’accertamento delle responsabilità, l’amministrazione nella qualità e imparzialità delle decisioni, l’economia nella tutela della concorrenza, la politica nella rappresentanza e nell’indirizzo collettivo, l’informazione nella produzione di conoscenza e la società civile nella costruzione di fiducia e partecipazione.
Il contrasto, dunque, non si esaurisce nel colpire l’organizzazione esistente, ma deve contribuire a ridurre le condizioni che permettono al potere criminale di ricostituirsi. La prospettiva sistemica non attenua la gravità del fenomeno né la necessità della repressione; ne amplia, invece, l’orizzonte conoscitivo e operativo, distinguendo la responsabilità per i reati dalla più generale questione del danno sociale e della sua prevenzione.
In definitiva, il nucleo dell’argomentazione può essere così sintetizzato: reprimere il reato è indispensabile; contrastare stabilmente il potere criminale richiede anche di comprendere e modificare le relazioni e le condizioni sociali attraverso le quali esso riesce a riprodursi.
Poteri solidi e poteri liquidi: la forza relazionale del potere criminale
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha proposto una distinzione tra poteri solidi e poteri liquidi, utilizzandola come chiave interpretativa del rapporto tra criminalità organizzata e altri sistemi di potere presenti nella società.
Il punto di partenza dell’argomentazione è che la criminalità organizzata, considerata non soltanto come insieme di condotte criminali ma come forma di potere, presenti caratteristiche di particolare solidità: capacità di coesione interna, continuità delle relazioni, struttura familistica, disponibilità all’uso della violenza, forza intimidatoria e capacità di conservare nel tempo legami, appartenenze e interessi.
Di fronte a tale potere, secondo Romeo, altri poteri - politici, economici, imprenditoriali, amministrativi o sociali - possono invece progressivamente perdere coesione, capacità progettuale, identità e consapevolezza del proprio ruolo. Il problema, in questa prospettiva, non consiste prioritariamente nell’accertare le responsabilità personali di singoli politici, imprenditori o altri soggetti eventualmente coinvolti in vicende giudiziarie. Tale accertamento appartiene evidentemente alla dimensione giudiziaria. L’interrogativo posto sul piano sociologico è differente: in quale misura sistemi di potere originariamente autonomi siano diventati deboli e vulnerabili e, proprio per questa ragione, maggiormente esposti alla capacità di condizionamento di un potere criminale più coeso e stabile.
La formula del «potere solido» contrapposto ai «poteri liquidi» non costituisce, naturalmente, una categoria elaborata direttamente in questi termini da Luhmann o Bauman. Essa rappresenta piuttosto una possibile applicazione interpretativa delle loro categorie alla lettura del fenomeno criminale organizzato.
12.1Luhmann e Bauman: due livelli differenti di osservazione
Per comprendere questa impostazione occorre anzitutto evitare di sovrapporre le teorie di Niklas Luhmann e Zygmunt Bauman.
Luhmann costruisce una teoria molto più astratta e si interroga su come sia possibile il funzionamento di una società complessa. La società moderna, nella sua prospettiva, è costituita da sistemi funzionalmente differenziati - politica, diritto, economia, amministrazione, informazione, scienza - ciascuno dotato di una propria logica e di una relativa autonomia.
Bauman osserva, invece, soprattutto le conseguenze sociali e umane della trasformazione della modernità. La sua analisi pone l’accento sulla precarietà, sull’individualizzazione, sull’indebolimento dei legami, sull’insicurezza, sulla mobilità, sulla perdita di riferimenti durevoli e sul trasferimento sugli individui di problemi che hanno origine collettiva.
Si può quindi formulare, con le necessarie cautele, una complementarità:
Luhmann descrive l’architettura della complessità; Bauman descrive una parte dell’esperienza sociale prodotta dalla trasformazione di quell’architettura.
Non si tratta della medesima teoria, ma di due differenti livelli di osservazione che possono essere utilizzati congiuntamente per comprendere alcune trasformazioni della società contemporanea.
12.2Dalla differenziazione alla fragilità
La distinzione diventa ancora più importante quando si affronta il rapporto tra differenziazione e frammentazione.
Per Luhmann, la differenziazione non significa necessariamente disgregazione. Il fatto che diritto, politica, economia, scienza e informazione operino secondo logiche autonome costituisce una caratteristica strutturale della società moderna. L’autonomia funzionale dei sistemi, dunque, non è di per sé un elemento patologico.
In Bauman prevale invece una lettura più problematica delle trasformazioni della modernità: la perdita di strutture durevoli, la crescente mobilità e la precarizzazione delle appartenenze producono incertezza e fragilità dei legami.
In termini sintetici:
Luhmann: autonomia funzionale dei sistemi.
Bauman: progressiva instabilità delle strutture sociali e delle appartenenze.
Il primo descrive prevalentemente come funziona la complessità; il secondo mette maggiormente in evidenza quali conseguenze produce sugli individui, sulle istituzioni e sulle relazioni sociali.
È proprio in questo passaggio che può essere collocata la distinzione proposta da Romeo tra poteri solidi e poteri liquidi. La liquidità non coincide automaticamente con debolezza e la solidità non coincide necessariamente con forza legittima. Tuttavia, quando strutture politiche, economiche, amministrative o sociali perdono continuità, progettualità e capacità di mediazione, esse possono diventare maggiormente esposte all’influenza di organizzazioni che, al contrario, conservano forti meccanismi di appartenenza, disciplina e continuità.
12.3I vuoti di mediazione e l’inserimento del potere criminale
Se assumiamo da Luhmann che la società sia costituita da sistemi autonomi - politica, economia, diritto, amministrazione, informazione - e da Bauman che nella modernità contemporanea alcune strutture di mediazione e appartenenza diventino meno stabili, possiamo formulare una domanda ulteriore:
che cosa accade negli spazi nei quali i sistemi istituzionali non riescono più a produrre efficacemente coordinamento, fiducia e mediazione?
In tali spazi possono svilupparsi forme alternative di mediazione.
Un’organizzazione criminale può allora essere studiata non soltanto come soggetto che commette reati, ma anche come soggetto capace di inserirsi nelle intersezioni tra sistemi differenti:
economia ↔ politica ↔ amministrazione ↔ professioni ↔ territorio ↔ relazioni personali.
Il potere criminale può trovare spazio, ad esempio, quando l’economia non riesce a garantire accesso ordinario alle risorse, quando l’amministrazione è lenta o opaca, quando la politica perde capacità di rappresentanza, quando il cittadino non percepisce le istituzioni come strumenti efficaci di mediazione. In questi spazi il potere criminale può offrire, in forma illegale e patologica, protezione, accesso, intermediazione, risoluzione dei conflitti e regolazione delle relazioni.
Ciò non significa trasformare Luhmann o Bauman in teorici della criminalità organizzata. Si tratta di una applicazione interpretativa delle loro categorie a un fenomeno specifico.
12.4La solidità del potere criminale e la debolezza degli altri poteri
In questa prospettiva, il carattere «solido» attribuito alla criminalità organizzata non dipende soltanto dalla violenza.
La forza può derivare dalla persistenza delle appartenenze, dalla capacità di trasmettere relazioni tra generazioni, dalla continuità territoriale, dalla struttura familistica, dalla reputazione intimidatoria e dalla possibilità di utilizzare contemporaneamente coercizione, mediazione e relazione.
Un sistema politico o imprenditoriale può invece apparire formalmente potente e risultare, al tempo stesso, sostanzialmente fragile se ha perduto progettualità, capacità di rappresentanza, identità e autonomia.
È questo il significato più profondo della contrapposizione utilizzata nel corso dell’intervento: quando un potere fortemente coeso entra in relazione con poteri che hanno perduto capacità di coesione e autonomia, aumenta la possibilità che il primo riesca a condizionare i secondi.
La questione non è, quindi, soltanto stabilire se vi sia stato un singolo rapporto illecito, ma comprendere quali condizioni abbiano reso possibile che un determinato sistema diventasse permeabile a forme esterne di influenza.
12.5Il potere nelle relazioni
L’accostamento tra Luhmann e Bauman conduce a una conseguenza importante: il potere non deve essere cercato soltanto nelle istituzioni che formalmente lo detengono, ma nelle relazioni attraverso cui soggetti e sistemi riescono concretamente a condizionarsi reciprocamente.
Luhmann spiega perché la società moderna non possa essere governata da un unico centro; Bauman mostra come, nella modernità liquida, l’indebolimento delle strutture durevoli e la separazione tra potere e politica rendano tale società più instabile e più difficile da governare.
Da questa combinazione deriva una lettura del fenomeno criminale che supera sia una rappresentazione esclusivamente gerarchica sia una visione puramente individuale delle responsabilità sociali. La ’ndrangheta può essere osservata come potere relazionale, capace di costruire connessioni e di attraversare le intersezioni tra sistemi differenti.
Ciò non equivale, tuttavia, ad affermare che la ’ndrangheta costituisca un «sistema che governa tutti gli altri sistemi». Questa è una tesi molto più forte e non può essere ricavata automaticamente dalla presenza di relazioni tra criminalità, politica, economia o amministrazione.
La complessità impone, al contrario, di distinguere.
Una relazione non dimostra necessariamente subordinazione; una contiguità non prova automaticamente una collusione; la capacità di influenza non coincide con il controllo integrale di un sistema. Occorre ricostruire, di volta in volta, natura, intensità, durata ed effetti delle relazioni.
La sequenza interpretativa può dunque essere espressa in questi termini:
Luhmann → differenziazione dei sistemi e policentrismo della società;
Bauman → fluidificazione delle strutture e indebolimento delle mediazioni;
analisi relazionale → maggiore vulnerabilità dei sistemi deboli;
’ndrangheta → possibile potere solido capace di inserirsi nelle intersezioni tra sistemi differenti.
In questo senso la contrapposizione tra poteri solidi e poteri liquidi non vuole sostenere l’onnipotenza del potere criminale. Al contrario, sposta l’attenzione sulle condizioni di debolezza degli altri sistemi. La domanda centrale diventa allora non soltanto quanto sia forte la criminalità organizzata, ma anche quanto siano autonomi, coesi, efficienti e capaci di svolgere la propria funzione i sistemi che con essa entrano in relazione.
Da tale prospettiva discende anche una conseguenza sul piano del contrasto: ridurre stabilmente il potere criminale significa certamente colpirne organizzazioni, patrimoni e condotte, ma significa anche rafforzare quei poteri legittimi che, quando diventano fragili, frammentati o incapaci di mediazione, lasciano aperti gli spazi nei quali un potere criminale più coeso può inserirsi e prevalere.
Entropia sociale, negentropia e bene comune
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha spostato l’attenzione dalla sola analisi del potere criminale alla condizione complessiva della città e alla capacità dei suoi diversi sistemi di produrre coesione, sviluppo e interesse comune. Il problema, nella prospettiva proposta, diventa allora comprendere quali energie vitali sia necessario introdurre nel “sistema città” per contrastare i processi di disgregazione e di perdita di capacità collettiva.
Il riferimento all’«entropia» viene utilizzato in senso metaforico e sistemico. Non si tratta, naturalmente, di trasferire meccanicamente alla società il secondo principio della termodinamica, ma di servirsi di una categoria analogica per descrivere fenomeni di disordine, frammentazione, perdita di informazione, inefficienza e indebolimento dei legami sociali.
È in questo senso che Romeo parla dell’esigenza di «dare energia» alla comunità e di rafforzare i diversi poteri che la costituiscono: quello politico, quello economico, quello mediatico, quello culturale e quello sociale. Una città rischia infatti di entrare in una condizione di crisi permanente quando questi sistemi perdono autonomia, capacità progettuale e consapevolezza della propria funzione, oppure cessano di interagire secondo modalità capaci di produrre un interesse collettivo.
La questione diventa, pertanto, duplice: rafforzare ciascun sistema nella propria funzione e migliorare la qualità delle relazioni tra i sistemi.
Il primo elemento indicato nell’intervento riguarda la ricostruzione di una finalità comune. Politica, economia, professioni, informazione, associazioni e singoli cittadini sono portatori di interessi differenti, e tale pluralità è fisiologica in una società complessa. Il problema sorge quando ogni soggetto opera esclusivamente secondo una logica corporativa o individuale, senza riuscire a collocare il proprio interesse all’interno di una prospettiva più generale.
L’interesse personale o di categoria non deve necessariamente scomparire. Deve, però, trovare collocazione all’interno di un interesse pubblico e comune, capace di funzionare come cornice entro la quale le diverse esigenze possano confrontarsi e comporsi.
È precisamente in questa perdita di capacità di composizione che può essere individuata una delle manifestazioni dell’entropia sociale.
13.1L’entropia come metafora del deterioramento sociale
Applicata analogicamente ai sistemi sociali, l’entropia può essere utilizzata per descrivere la tendenza di una comunità o di un’organizzazione verso una progressiva perdita di coordinamento quando non riesce più a rigenerare informazioni, fiducia, risorse, regole condivise e capacità di adattamento.
Essa può manifestarsi attraverso diversi fenomeni.
La perdita o deformazione delle informazioni rende più difficile la comunicazione tra cittadini, istituzioni e sistemi sociali, aumenta incomprensioni e conflitti e impedisce la costruzione di una rappresentazione condivisa dei problemi.
L’inefficienza burocratica può trasformare strutture originariamente create per produrre ordine e prevedibilità in sistemi incapaci di decisione, nei quali l’accumulo di procedure, la lentezza e l’opacità finiscono per ostacolare il perseguimento delle finalità istituzionali.
La frammentazione culturale e sociale può determinare la perdita di riferimenti comuni e l’isolamento degli individui o dei gruppi, con una progressiva riduzione della fiducia reciproca e della capacità di cooperazione.
Anche il degrado delle infrastrutture e dei beni comuni può essere letto come manifestazione di un deficit di coordinamento: la comunità dispone delle risorse, ma non riesce a organizzarle e utilizzarle efficacemente per preservare o migliorare il proprio ambiente di vita.
L’entropia sociale, in questa prospettiva, non coincide quindi semplicemente con il disordine visibile. Può manifestarsi anche come perdita progressiva della capacità di una comunità di autoregolarsi, progettare il proprio futuro e trasformare le proprie risorse in risultati collettivi.
13.2La negentropia sociale
Se l’entropia descrive metaforicamente il deterioramento delle capacità del sistema, la negentropia sociale può indicare l’insieme dei processi attraverso i quali una comunità rigenera informazione, fiducia, coordinamento e capacità di adattamento.
L’“energia” necessaria non deve essere intesa esclusivamente in termini finanziari. Essa può assumere forme diverse: risorse economiche, conoscenza, competenze, fiducia, partecipazione, innovazione, qualità istituzionale, leadership, educazione, capitale sociale.
Una prima forma di energia negentropica è costituita dalla comunicazione trasparente. Informazioni accessibili e verificabili riducono l’opacità, consentono ai cittadini di valutare le decisioni pubbliche e permettono ai diversi sistemi di conoscere le trasformazioni in corso.
Una seconda componente è rappresentata dalla capacità di riforma e di adattamento. Regole e istituzioni producono ordine soltanto se mantengono la capacità di modificarsi quando il contesto cambia. La rigidità assoluta, anziché diminuire il disordine, può produrre nuova inefficienza.
Una terza dimensione riguarda educazione, cultura e formazione della classe dirigente. Una comunità non si rigenera soltanto attraverso risorse materiali, ma attraverso la capacità di trasmettere conoscenze, competenze, memoria, valori condivisi e consapevolezza dell’interesse generale.
La negentropia sociale consiste, dunque, nella capacità di trasformare:
disinformazione in conoscenza, sfiducia in affidabilità, isolamento in cooperazione, frammentazione in coordinamento, passività in partecipazione, improvvisazione in progettazione.
Una mappatura sistemica delle energie sociali
La prospettiva diventa più comprensibile se il “sistema città” viene osservato nella sua totalità. L’approccio olistico non implica che tutto sia indistintamente collegato a tutto, ma richiede di considerare contemporaneamente le parti e le relazioni tra le parti.
Ciascun ambito della comunità necessita di forme differenti di energia.
Il sistema politico-istituzionale richiede innanzitutto legittimità, fiducia, capacità di decisione e trasparenza. Un deficit di capacità politica produce vuoti decisionali e perdita di rappresentanza; un’eccessiva concentrazione del potere può invece ridurre pluralismo e autonomia. Il problema non consiste quindi nel massimizzare indiscriminatamente il potere politico, ma nel renderlo adeguato alla funzione che deve svolgere.
Il sistema economico e produttivo richiede capitale, innovazione, infrastrutture, competenze e libertà di iniziativa. Anche in questo caso è necessario un equilibrio: un’economia priva di risorse non produce sviluppo, ma un sistema nel quale la logica economica colonizzi integralmente le altre sfere può produrre diseguaglianza, impoverimento dei beni collettivi e subordinazione dell’interesse pubblico.
La società civile e la comunità necessitano soprattutto di inclusione, partecipazione, servizi, riconoscimento dei diritti e reti di fiducia. Una comunità nella quale gli individui si percepiscono isolati e incapaci di incidere sulle decisioni tende verso l’apatia, la disaffezione e la ricerca di forme alternative di intermediazione.
Il sistema culturale ed educativo richiede invece investimenti continuativi e di lungo periodo. Scuola, università, formazione, ricerca, memoria storica e produzione culturale non possono essere valutate soltanto sulla base di risultati economici immediati, perché svolgono una funzione essenziale nella rigenerazione del capitale umano e della capacità collettiva di interpretare il cambiamento.
La visione sistemica permette quindi di individuare non soltanto quale energia sia necessaria, ma anche dove sia presente un deficit o un eccesso.
13.3I limiti dell’approccio riduzionista
La lettura riduzionista tende, invece, a considerare ciascun problema separatamente dagli altri.
Un esempio può essere rappresentato dall’iper-alimentazione di un singolo settore: concentrare risorse, norme e attenzione esclusivamente sull’economia, trascurando cultura, istruzione, welfare o partecipazione, può produrre crescita di alcuni indicatori senza aumentare la coesione complessiva della comunità.
Allo stesso modo, una decisione normativa o amministrativa può generare conseguenze che si propagano oltre il settore nel quale è stata originariamente adottata. Un intervento sul mercato del lavoro, sulla mobilità, sui servizi o sull’urbanistica produce effetti economici, ma può modificare contemporaneamente qualità della vita, relazioni comunitarie, opportunità formative e fiducia nelle istituzioni.
Una prospettiva complessa richiede quindi di osservare anche i feedback, cioè le retroazioni attraverso le quali gli effetti di una decisione ritornano sui sistemi che l’hanno prodotta.
13.4Equilibrio dinamico
L’obiettivo non può essere quello di raggiungere una condizione immobile e definitiva.
Un sistema sociale complesso deve continuamente adattarsi ai cambiamenti tecnologici, economici, demografici e culturali. Più che di equilibrio statico, è quindi preferibile parlare di equilibrio dinamico: una condizione nella quale le diverse componenti conservano capacità di adattamento e di reciproca compensazione senza perdere la propria autonomia.
L’introduzione di una nuova tecnologia, ad esempio, modifica il sistema produttivo ma genera effetti anche sul lavoro, sull’istruzione, sull’amministrazione, sull’informazione e sulle relazioni sociali. Una comunità capace di equilibrio dinamico riesce a riconoscere tali trasformazioni e a redistribuire competenze, risorse e capacità decisionali.
In questo senso la negentropia non consiste nel bloccare il cambiamento, ma nel governarlo senza perdere coesione e capacità di orientamento.
13.5Il contributo di Luhmann: sistemi autonomi e comunicazione
Il riferimento a Niklas Luhmann consente di precisare ulteriormente questa impostazione.
Nella teoria luhmanniana, la società moderna è caratterizzata dalla differenziazione di sistemi quali politica, diritto, economia e scienza, ciascuno dei quali opera secondo proprie forme comunicative e propri criteri di selezione. La loro autonomia consente di ridurre la complessità: ciascun sistema seleziona una parte dell’enorme quantità di possibilità presenti nell’ambiente e la tratta secondo la propria logica.
È opportuno, però, evitare una trasposizione troppo letterale del linguaggio termodinamico. Luhmann non formula propriamente una teoria della «negentropia sociale» nei termini qui impiegati. Il riferimento viene utilizzato come sviluppo interpretativo del suo modello sistemico.
Il problema fondamentale è che l’autonomia dei sistemi può produrre autoreferenzialità. Ogni sistema osserva infatti la realtà attraverso i propri criteri e non può semplicemente adottare quelli degli altri.
L’economia interpreta determinate questioni secondo il proprio funzionamento; il diritto le traduce nelle categorie del lecito e dell’illecito; la politica nelle forme della decisione collettivamente vincolante; la scienza attraverso i propri criteri di validazione della conoscenza.
La società non funziona, quindi, perché esiste un centro capace di imporre a tutti un'unica razionalità, ma perché i diversi sistemi riescono, attraverso molteplici forme di interdipendenza, a reagire reciprocamente alle trasformazioni che ciascuno produce nell’ambiente degli altri.
Ciò che nella nostra costruzione può essere definito, con una certa libertà terminologica, «risonanza» indica proprio la capacità di un problema percepito in un sistema di produrre conseguenze comunicative anche negli altri.
Un problema scientificamente individuato può, ad esempio, diventare questione politica; una decisione politica può essere tradotta in norme giuridiche; tali norme producono conseguenze economiche; gli effetti economici possono generare nuove domande politiche.
Quando questi processi di traduzione e di risposta vengono meno, aumenta il rischio che ciascun sistema diventi incapace di percepire adeguatamente trasformazioni che pure incidono profondamente sul proprio funzionamento.
13.6Dalla teoria al “sistema città”
È in questo quadro che acquista significato la domanda posta da Romeo: come si rafforzano i sistemi di potere che costituiscono la rete di una comunità sociale?
La risposta non può consistere nel creare un unico centro di comando capace di dirigere politica, economia, cultura, informazione e società civile. Una simile soluzione finirebbe per distruggere proprio l’autonomia funzionale necessaria alla società complessa.
Occorre, piuttosto, agire su due piani.
Il primo è il rafforzamento dei singoli sistemi: una politica capace di progettazione, un’economia produttiva, un’informazione autonoma, istituzioni efficienti, un sistema educativo capace di formare competenze, una società civile dotata di spazi reali di partecipazione.
Il secondo riguarda la qualità delle interazioni: informazioni che circolano, problemi che vengono riconosciuti trasversalmente, responsabilità chiaramente attribuite, capacità di apprendere dagli effetti delle decisioni e disponibilità a correggere le strategie che non producono i risultati attesi.
Da questa prospettiva, la crisi di una comunità non deriva necessariamente dalla debolezza assoluta di tutti i suoi sistemi. Può nascere anche dall’incapacità di sistemi formalmente forti di comunicare, coordinarsi e concorrere alla produzione dell’interesse generale.
13.7Interesse comune e rigenerazione della comunità
Il passaggio conclusivo dell’intervento assume pertanto una particolare rilevanza.
Il rafforzamento di una comunità non dipende esclusivamente dalla quantità delle risorse disponibili, ma anche dalla capacità di orientarle verso una prospettiva comune. L’interesse pubblico non elimina gli interessi individuali, imprenditoriali, professionali o associativi: rappresenta lo spazio entro il quale tali interessi possono trovare legittimazione senza trasformarsi in forme di appropriazione esclusiva delle risorse collettive.
La rigenerazione del sistema città presuppone quindi una trasformazione culturale prima ancora che organizzativa: passare dalla semplice competizione tra interessi particolari alla capacità di riconoscere interdipendenze e responsabilità comuni.
La metafora dell’entropia e della negentropia consente, in definitiva, di sintetizzare questa impostazione. Una comunità entra in crisi quando perde informazione, fiducia, capacità istituzionale, progettualità e legami; si rigenera quando riesce a produrre conoscenza, cooperazione, autonomia, innovazione e capacità di correzione.
L’«energia vitale» evocata nell’intervento non corrisponde quindi a un’unica risorsa né può essere immessa da un solo soggetto. È costituita dall’insieme delle capacità politiche, economiche, culturali, istituzionali e sociali che consentono alla città di trasformare una pluralità di interessi e di poteri in una rete capace di perseguire obiettivi collettivi.
In questa prospettiva, il problema di Reggio Calabria non sarebbe soltanto quello di contrastare le forze che producono disordine o condizionamento, ma di ricostruire continuamente quelle energie sociali, istituzionali e culturali senza le quali nessuna comunità può mantenere nel tempo autonomia, coesione e capacità di progettare il proprio futuro.
Gli schemi di Sistema Reggio e Gotha: i teoremi interpretativi del romanzo
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha osservato che I padroni della ’ndrangheta. Malacarne non pretende di offrire una ricostruzione storica o giudiziaria in senso stretto, ma propone una lettura prevalentemente sociologica e narrativa del fenomeno criminale. A suo giudizio, tuttavia, la struttura del romanzo risente in modo evidente delle categorie interpretative già presenti nelle precedenti pubblicazioni di Claudio Cordova, Sistema Reggio e Gotha. Romeo riconosce al romanzo una finalità civile ed etica: scuotere la società reggina, sottrarla alla rassegnazione e indurla a interrogarsi sul proprio futuro. La sua critica riguarda, piuttosto, l’impianto interpretativo che sostiene la narrazione.
Secondo Romeo, nel romanzo confluiscono soprattutto due grandi schemi investigativi e interpretativi: da un lato quello volto a indagare i rapporti tra criminalità organizzata, politica ed economia, sviluppatosi nelle indagini degli anni Novanta; dall’altro quello, più ampio, di un sistema criminale integrato, nel quale organizzazioni mafiose, ambienti politici, settori istituzionali, massoneria, apparati dello Stato e componenti eversive verrebbero rappresentati come parti di una rete di potere più vasta. È precisamente questa seconda costruzione che Romeo considera più problematica, perché rischierebbe, se assunta come spiegazione generale, di trasformare una pluralità di relazioni e di responsabilità differenti in un unico sistema interpretativo.
La piattaforma narrativa del romanzo appare, in effetti, riconducibile a tre filoni principali, che non hanno però lo stesso peso.
Il primo, e più importante, è quello del sistema criminale integrato a sfondo eversivo. La ’ndrangheta non viene rappresentata soltanto come organizzazione dedita alla violenza, all’estorsione o al controllo degli appalti, ma come componente di una rete più ampia nella quale interagiscono criminalità organizzata, politica, ambienti eversivi, apparati dello Stato, servizi, massoneria, imprenditori e professionisti.
Alcuni capitoli assumono, da questo punto di vista, una funzione strutturale. In Una sola cosa (1969) il romanzo mette in scena l’idea di superare la dimensione delle singole organizzazioni territoriali e di costruire relazioni capaci di coinvolgere grandi appalti, sostegno elettorale, ambienti eversivi e segmenti degli apparati statali. La tesi narrativa che emerge è quella di una possibile integrazione tra criminalità, eversione, politica e parti degli apparati istituzionali.
Boia chi molla (1970) inserisce la rivolta di Reggio in questo quadro più ampio, mentre La terza statua (1972) sposta il tema verso rapporti clandestini con apparati dello Stato, servizi e attività riservate. Prendersi l’Italia (1993) rappresenta poi uno snodo decisivo, perché collega il tema del sistema criminale-eversivo alla stagione delle stragi e al problema delle relazioni con lo Stato.
Proprio il 1993 assume, nella costruzione narrativa, un significato particolare. Il romanzo rappresenta una divaricazione tra la strategia siciliana, orientata allo scontro stragista, e quella calabrese, che sceglierebbe invece una maggiore invisibilità: evitare l’esposizione diretta, sopravvivere allo scontro e costruire progressivamente capacità di influenza attraverso economia, politica e relazioni. È una delle tesi narrative più forti dell’opera.
Il secondo grande filone è quello del rapporto tra mafia, politica e appalti. Anche in questo caso, il romanzo non si limita a rappresentare la criminalità come soggetto interessato all’aggiudicazione di lavori pubblici. La tesi narrativa è più ampia: economia e politica diventano gli strumenti attraverso i quali il potere criminale può trasformare la propria forza militare e territoriale in un potere più stabile, relazionale e istituzionalmente influente.
Capitoli come Come il Regno delle Due Sicilie, Il re del porto, Il ponte e Le mazzette descrivono progressivamente il passaggio dalla dimensione criminale tradizionale al controllo di infrastrutture, opere pubbliche, imprese, funzionari e decisioni amministrative. I capitoli più recenti, come Campagna elettorale, Il sindaco e Vota e fai votare, spostano invece l’attenzione sulla relazione con la rappresentanza politica e sul valore delle reti familiari, imprenditoriali e sociali come strumenti di costruzione del consenso elettorale.
Il terzo filone riguarda la relazione tra criminalità e apparati dello Stato, ricondotta soltanto in parte al paradigma della cosiddetta “Trattativa Stato-Mafia”. Il romanzo non sembra infatti riprodurre integralmente la specifica ricostruzione storica e giudiziaria della Trattativa, ma utilizza quel paradigma per rappresentare rapporti riservati tra criminali, mediatori e segmenti istituzionali.
Il capitolo La trattativa (2007) costituisce l’espressione più evidente di questo schema: il professionista-mediatore diventa elemento di collegamento tra soggetti criminali e rappresentanti istituzionali, in una trama di informazioni, garanzie, benefici e ricerca di nuovi equilibri. Nei capitoli successivi il tema evolve ulteriormente attraverso la rappresentazione di relazioni che coinvolgono magistratura, politica, informazione e servizi.
I tre filoni, dunque, non risultano semplicemente affiancati. Nella costruzione del romanzo sembrano costituire tre dimensioni di un unico processo narrativo: dapprima il sistema integrato e la dimensione eversiva; successivamente il controllo economico e politico attraverso appalti, imprese, amministrazioni e consenso; infine la capacità di instaurare relazioni riservate con segmenti dello Stato.
La tesi complessiva dell’opera non sarebbe pertanto soltanto che la ’ndrangheta controlla appalti o che intrattiene relazioni con la politica e con apparati istituzionali. Il romanzo tende a rappresentarla come parte di un più ampio sistema di potere capace di utilizzare, in momenti differenti, violenza, economia, politica, mediazione e relazioni istituzionali.
È proprio su questo passaggio che si concentra la critica di Romeo. Una cosa è utilizzare la narrativa per rappresentare connessioni, ambienti e trasformazioni del potere criminale; altra cosa è assumere tale rappresentazione come prova dell’esistenza di un unico sistema integrato capace di ricondurre a una medesima regia criminalità, politica, economia e istituzioni.
Il punto metodologico consiste quindi nel distinguere la forza interpretativa della costruzione narrativa dalla dimostrazione storica o giudiziaria dei rapporti rappresentati. Il romanzo può porre domande, suggerire connessioni e costruire una teoria narrativa del potere; la verifica dell’esistenza concreta di un sistema unitario richiede invece fonti, riscontri e criteri di prova appartenenti ad altri ambiti della conoscenza.
Da questa distinzione emerge anche il significato più generale del confronto: non negare l’esistenza delle relazioni tra criminalità organizzata e altri poteri, ma interrogarsi su come esse debbano essere interpretate, evitando che la complessità delle reti sociali venga trasformata automaticamente nell’idea di un unico centro occulto capace di governare l’intera società.
La visione olistica della società e il rafforzamento dei poteri legali
15.1Dall’intervento pubblico al suo fondamento culturale e scientifico
Il riferimento a una visione olistica della società, contenuto nell’intervento, richiede anzitutto una precisazione. Non si intende sostenere che i poteri legali debbano dialogare, accettare o ricercare forme di coesistenza con i poteri criminali. Il riferimento riguarda esclusivamente i sistemi di potere legittimi che operano nella società: la politica, l’amministrazione, l’economia, il diritto, l’informazione, la cultura, le organizzazioni sociali e la cittadinanza.
La questione posta è diversa: comprendere in che misura un potere criminale organizzato, dotato di continuità, capacità di coordinamento e radicamento, riesca a inserirsi in una società nella quale i poteri legali sono spesso frammentati, deboli o privi di una visione comune. La contrapposizione tra “potere solido” e “società liquida” serve dunque a descrivere una possibile asimmetria organizzativa. Non attribuisce alcuna legittimità alla criminalità organizzata, né implica che essa sia sempre più forte delle istituzioni.
Da questa premessa deriva la domanda centrale dell’intervento: come possono i sistemi di potere legali rafforzarsi, acquisire autorevolezza e concorrere alla costruzione di un progetto collettivo capace di ridurre gli spazi di penetrazione criminale?
15.2Il significato della visione olistica
Una visione olistica considera la società non come una semplice somma di soggetti isolati, ma come un insieme di sistemi autonomi e interdipendenti. Le istituzioni politiche, l’amministrazione, il sistema economico, quello giuridico, i media, la ricerca e la società civile operano secondo funzioni e regole differenti. Tuttavia, le loro decisioni producono effetti reciproci e contribuiscono a determinare la qualità complessiva della vita collettiva.
In questa prospettiva, una crisi territoriale non può essere spiegata soltanto attraverso l’inadeguatezza di un singolo amministratore, la debolezza di un’impresa o l’inefficienza di un ufficio. Occorre comprendere anche le relazioni che collegano tali elementi: la capacità della politica di programmare, quella dell’amministrazione di attuare, la disponibilità di risorse economiche, la qualità dell’informazione, il funzionamento dei controlli e il grado di partecipazione dei cittadini.
L’approccio olistico non elimina le responsabilità individuali. Al contrario, permette di collocarle all’interno di un quadro più ampio. Una responsabilità resta tale, ma il suo effetto può essere compreso meglio osservando il sistema nel quale si manifesta.
15.3Olismo e riduzionismo: due prospettive complementari
Il riduzionismo e l’olismo rappresentano due differenti modalità di analisi dei fenomeni sociali. Il primo concentra l’attenzione sulle singole componenti, sui soggetti e sulle cause specifiche; il secondo considera il funzionamento complessivo del sistema e le relazioni attraverso le quali le sue parti si influenzano reciprocamente. Le due prospettive non devono essere considerate necessariamente contrapposte, poiché ciascuna consente di cogliere aspetti della realtà che l’altra, se utilizzata isolatamente, rischia di trascurare.
L’approccio riduzionista assume come unità di analisi i singoli attori, le istituzioni o i gruppi. Esso permette di individuare chi abbia assunto una determinata decisione, quale ente fosse competente, quali risorse siano state utilizzate e quale condotta abbia prodotto uno specifico effetto. In questa prospettiva, il potere viene osservato prevalentemente come una risorsa detenuta da un soggetto o come una competenza attribuita a un’istituzione. L’analisi causale tende a ricercare le cause identificabili di un fenomeno e, quando necessario, i soggetti ai quali attribuire una responsabilità.
Questa modalità di osservazione è indispensabile in numerosi ambiti, soprattutto quando occorre accertare fatti, competenze e responsabilità individuali. Diventa tuttavia insufficiente quando un fenomeno non può essere spiegato attraverso una sola causa o l’azione di un unico soggetto, ma deriva dall’interazione di fattori differenti.
L’approccio olistico amplia il campo di osservazione al sistema sociale e alle relazioni tra le sue componenti. Il potere non viene considerato soltanto come una risorsa formalmente posseduta, ma anche come capacità di orientare decisioni, comportamenti e aspettative attraverso relazioni, risorse e forme di influenza. La causalità non è necessariamente lineare: gli effetti prodotti da un soggetto o da un’istituzione possono modificare il comportamento degli altri e retroagire sulle condizioni che hanno originato il fenomeno.
Anche il conflitto assume un significato più ampio. Nella prospettiva riduzionista esso può essere analizzato come competizione tra singoli centri di potere; in quella olistica viene osservato anche come tensione tra sistemi autonomi ma interdipendenti, ciascuno dei quali opera secondo proprie finalità e può entrare in relazione, cooperazione o contrasto con gli altri.
Analogamente, il cambiamento non dipende soltanto dall’intervento di un soggetto o di un’istituzione, ma può richiedere una trasformazione delle relazioni, delle capacità e delle condizioni di funzionamento dell’intero sistema. Una riforma amministrativa, ad esempio, può risultare inefficace se non viene accompagnata da adeguate competenze, risorse, comportamenti organizzativi e forme di coordinamento con gli altri ambiti interessati.
Il mancato sviluppo di un territorio costituisce un esempio significativo. Esso può dipendere contemporaneamente da scelte politiche, carenze amministrative, insufficienza degli investimenti, difficoltà delle imprese, limiti infrastrutturali e debolezza della partecipazione sociale. Individuare uno soltanto di questi fattori può essere utile per accertare una responsabilità o definire un intervento specifico, ma non consente necessariamente di comprendere l’intero processo attraverso il quale le diverse condizioni si combinano e si rafforzano reciprocamente.
Entrambi gli approcci presentano, tuttavia, rischi quando vengono utilizzati in modo esclusivo. Il riduzionismo può semplificare eccessivamente la realtà, isolando le singole componenti e trascurando le interdipendenze. L’olismo, al contrario, può diventare una rappresentazione troppo generica del «sistema», nella quale si perdono le responsabilità individuali, le differenze tra i soggetti e i rapporti di forza concreti.
L’approccio più utile è pertanto integrato: il riduzionismo consente di individuare i nodi della rete, mentre l’olismo permette di ricostruire la rete e le relazioni che ne determinano il funzionamento. Comprendere un fenomeno sociale significa, in questa prospettiva, analizzare contemporaneamente le sue componenti, le loro funzioni, le interazioni reciproche e gli effetti che tali interazioni producono nel tempo.
La visione olistica non elimina quindi la necessità di distinguere e accertare le singole responsabilità; al contrario, ne amplia il contesto di comprensione. Allo stesso modo, l’analisi delle singole parti non deve impedire di riconoscere che il funzionamento complessivo di una comunità dipende anche dalla qualità delle relazioni che le uniscono.
Il contributo della teoria dei sistemi sociali
Un riferimento culturale utile a sostenere questa impostazione è la teoria dei sistemi sociali di Niklas Luhmann. Nella sua elaborazione, la società moderna è caratterizzata dalla differenziazione in sottosistemi relativamente autonomi, come la politica, l’economia, il diritto, la scienza e i media. Ciascuno opera secondo logiche proprie e non può essere ridotto interamente alle funzioni di un altro.
Il sistema politico assume decisioni collettivamente vincolanti; il diritto definisce la validità giuridica delle condotte e delle decisioni; l’economia opera attraverso scambi e risorse; la scienza produce conoscenza secondo criteri di verifica; i media selezionano e diffondono informazioni. Questi sistemi non coincidono con l’intera società, ma sono reciprocamente esposti agli effetti delle rispettive attività.
La teoria di Luhmann non deve essere intesa come una prescrizione secondo cui tutti i poteri debbano cooperare indistintamente. È soprattutto uno strumento descrittivo per comprendere la complessità sociale. Nell’intervento, essa può essere utilizzata per sostenere una proposta normativa e politica distinta: rafforzare le capacità dei sistemi legali e migliorare il loro coordinamento, nel rispetto delle rispettive autonomie.
Anche il concetto di potere assume, in questa prospettiva, un significato più ampio della semplice disponibilità di una risorsa. Il potere si manifesta nella capacità di orientare decisioni, comportamenti e aspettative. In Luhmann, esso è studiato come mezzo di comunicazione che rende possibile l’accettazione di decisioni altrui. Ciò aiuta a comprendere perché l’autorevolezza di un’istituzione dipenda non soltanto dalle competenze formali, ma anche dalla sua capacità di produrre decisioni riconosciute, prevedibili e credibili.
16.1La solidità dei sistemi legali
Applicata al contenuto dell’intervento, la solidità non deve essere confusa con la concentrazione autoritaria del potere. Un sistema politico solido non è quello che domina gli altri sistemi, ma quello che esercita con efficacia le proprie funzioni, dispone di competenze adeguate, assume decisioni coerenti e mantiene una visione di lungo periodo.
La politica, in particolare, non può esaurire la propria funzione nella gestione del quotidiano. Deve essere capace di analizzare la realtà, individuare le priorità e costruire una prospettiva di futuro. Allo stesso modo, l’informazione non dovrebbe limitarsi a riprodurre comunicati o dichiarazioni, ma contribuire alla comprensione dei fenomeni attraverso analisi, verifica dei fatti e confronto critico.
Il rafforzamento riguarda anche il sistema economico. Imprese e commercianti hanno bisogno di condizioni che favoriscano autonomia, capacità organizzativa, accesso alle risorse e continuità dell’attività. La vulnerabilità economica può creare occasioni di pressione o condizionamento criminale, ma non è l’unico fattore di rischio. La disponibilità di capitali, da sola, non garantisce l’immunità dall’infiltrazione: contano anche la cultura della legalità, la governance aziendale, la trasparenza, l’indipendenza delle decisioni e l’efficacia dei controlli.
La solidità, dunque, è una qualità istituzionale, economica, culturale e organizzativa. Non coincide semplicemente con la dimensione di un ente o con il fatturato di un’impresa.
Mobilitazione, sussidiarietà orizzontale, cittadinanza attiva
17.1Il ruolo della società civile e della cittadinanza attiva
Un altro elemento centrale dell’intervento è il superamento di una concezione del governo fondata esclusivamente sull’azione delle istituzioni. La società civile non deve essere considerata soltanto destinataria delle decisioni pubbliche, ma può concorrere alla definizione e alla realizzazione degli interessi generali.
Questa impostazione trova un riferimento nell’articolo 118, quarto comma, della Costituzione, che riconosce il principio di sussidiarietà orizzontale. Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale.
La cittadinanza attiva può quindi contribuire alla cura dei beni comuni, alla promozione culturale, alla produzione di conoscenza, alla tutela del territorio, ai servizi di comunità e ai processi di sviluppo locale. Non sostituisce le istituzioni né ne assorbe le responsabilità, ma amplia le capacità collettive della comunità.
In questo senso, la partecipazione non è soltanto una forma di consultazione. Diventa uno strumento attraverso il quale competenze, risorse e iniziative presenti nella società possono essere organizzate e orientate verso obiettivi condivisi.
17.2La relazione con il contrasto alla criminalità organizzata
Il collegamento tra visione olistica e contrasto alla criminalità organizzata deve essere formulato con precisione. Il rafforzamento dei sistemi legali non sostituisce l’azione investigativa, giudiziaria o le misure di prevenzione. Questi strumenti restano essenziali e rispondono a funzioni specifiche.
La prospettiva proposta riguarda invece le condizioni sociali, economiche e istituzionali che possono ridurre le opportunità di radicamento e condizionamento criminale. Una comunità dotata di istituzioni credibili, imprese autonome, informazione indipendente, servizi efficienti e partecipazione organizzata dispone di maggiori capacità di resistenza e di reazione.
Non esiste tuttavia un rapporto automatico secondo cui un sistema economicamente forte sarebbe impenetrabile. La criminalità organizzata può cercare di infiltrare anche grandi imprese, professioni e apparati istituzionali. Per questo il rafforzamento economico deve procedere insieme a quello culturale, giuridico e organizzativo.
La questione non è, dunque, scegliere tra cultura e sviluppo, tra denuncia e programmazione, oppure tra repressione e prevenzione. Occorre comprendere come questi strumenti possano operare in modo complementare, senza confondere le rispettive funzioni.
17.3Un esempio applicativo: lo sviluppo di un territorio
La realizzazione di una grande infrastruttura o di un progetto di sviluppo territoriale permette di comprendere concretamente la differenza tra le due prospettive.
Un’analisi limitata al soggetto formalmente competente potrebbe concentrarsi sul ministero, sulla Regione o sul Comune responsabile della decisione. Una lettura olistica esaminerebbe invece l’intero campo delle relazioni: la politica definisce le priorità, l’amministrazione programma e attua, il diritto stabilisce vincoli e procedure, le imprese partecipano alla realizzazione, il sistema finanziario rende disponibili risorse, i media contribuiscono al dibattito pubblico e i cittadini incidono sulla legittimazione e sulla qualità delle scelte.
Il risultato dipende dalla capacità di questi sistemi di svolgere le proprie funzioni e di interagire efficacemente. Un progetto può fallire anche quando la decisione politica iniziale è corretta, se mancano capacità amministrativa, risorse, competenze tecniche o consenso informato. Allo stesso modo, un sistema di controlli inefficace può esporre il processo a forme di condizionamento illecito.
La governance di area vasta assume qui un significato concreto: coordinare soggetti autonomi, rendere coerenti le decisioni e costruire obiettivi comuni senza annullare competenze e responsabilità.
17.4Dalla città senza potere alla costruzione di una capacità collettiva
L’intervento applica questa impostazione alla condizione di Reggio Calabria, descritta come una città che ha progressivamente perso capacità di decisione e di indirizzo rispetto ai livelli regionali e nazionali. Tale interpretazione storica richiede un’analisi documentata dei processi istituzionali, economici e politici che hanno determinato il ruolo del territorio. La visione olistica offre il metodo per svolgere questa analisi, evitando di attribuire l’intera responsabilità a un solo soggetto.
La Città metropolitana rappresenta, in questa prospettiva, un possibile strumento di ricostruzione della capacità di governo territoriale. Il piano strategico, l’esercizio delle funzioni metropolitane e il rapporto con la Regione possono essere utilizzati per definire una visione di area vasta, coordinare i Comuni e coinvolgere gli attori economici, scientifici e sociali.
L’obiettivo non consiste soltanto nel rivendicare nuove competenze, ma nel costruire la capacità di esercitarle. Un piano strategico efficace richiede conoscenza del territorio, dati, risorse, organizzazione, responsabilità definite e partecipazione. La dimensione istituzionale e quella sociale devono quindi rafforzarsi reciprocamente.
La visione olistica proposta nell’intervento non è un invito alla coesistenza con i poteri illegali. È un metodo per comprendere il funzionamento della società e una proposta per rafforzare i sistemi di potere legittimi.
Il suo punto di partenza è che la criminalità organizzata non opera in un vuoto sociale, ma cerca di inserirsi nelle relazioni economiche, istituzionali e professionali. Il contrasto richiede perciò sia l’accertamento delle responsabilità e l’applicazione della legge, sia la costruzione di condizioni collettive che riducano vulnerabilità e dipendenze.
Una politica capace di programmare, un’amministrazione efficiente, un’economia autonoma, un’informazione indipendente e una cittadinanza attiva non rappresentano un sistema unico e indistinto. Sono componenti autonome che, attraverso relazioni corrette e obiettivi condivisi, possono contribuire alla solidità della comunità.
Il problema centrale non è soltanto individuare chi esercita il potere, ma comprendere come i poteri legali possano esercitare efficacemente le proprie funzioni e concorrere alla costruzione di un futuro comune.
Le eccellenze economiche sono impermeabili alla ’ndrangheta
18.1Il rafforzamento dell’economia come strumento di contrasto al potere criminale
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha precisato che l’invito agli imprenditori a denunciare le richieste estorsive e le altre forme di intimidazione rappresenta un dovere fondamentale, ma non può esaurire una strategia di contrasto alla criminalità organizzata. La denuncia costituisce, nella sua prospettiva, il livello minimo di una risposta civile e istituzionale; il problema più ampio riguarda invece le condizioni che consentono al potere criminale di inserirsi nel tessuto economico e di condizionarne il funzionamento.
Romeo ha richiamato, a questo proposito, il proprio atteggiamento personale nei confronti delle prevaricazioni, affermando di non concepire la rassegnazione di fronte a chi esercita un potere intimidatorio. Tuttavia, il nucleo della sua argomentazione non riguarda il carattere dei singoli imprenditori, ma la necessità di comprendere perché alcune realtà economiche riescano a conservare autonomia e capacità di resistenza, mentre altre risultino maggiormente vulnerabili.
Come esempi di realtà imprenditoriali di particolare rilievo nella provincia di Reggio Calabria, ha citato numerose aziende, richiamandone la dimensione produttiva, la capacità occupazionale e il contributo all’economia territoriale. Secondo la valutazione espressa nell’intervento, queste imprese rappresentano esempi di un tessuto economico forte, dotato di organizzazione, risorse e capacità di operare autonomamente. Romeo ha inoltre osservato di non avere conoscenza di indagini che abbiano scalfito tali realtà, utilizzando questo riferimento per sottolineare la differenza tra un’economia strutturata e un’economia debole. Si tratta di una valutazione del relatore, che non equivale a una verifica esaustiva della storia giudiziaria delle aziende citate né consente di affermare un’impenetrabilità assoluta di qualsiasi impresa.
Il punto centrale è che la vulnerabilità economica può costituire una condizione favorevole all’inserimento del potere criminale. Un’impresa priva di adeguate risorse finanziarie, isolata, dipendente da pochi committenti, esposta a difficoltà di accesso al credito o incapace di sostenere i costi della legalità può risultare più facilmente condizionabile da soggetti in grado di offrire liquidità, protezione, intermediazione o accesso a opportunità economiche.
La forza di un sistema produttivo, al contrario, non dipende soltanto dalla dimensione delle singole aziende, ma anche dalla qualità delle condizioni nelle quali esse operano: accesso al credito legale, infrastrutture efficienti, certezza dei tempi amministrativi, concorrenza, innovazione, competenze professionali, reti associative e capacità di internazionalizzazione. Un’economia capace di produrre autonomamente queste risorse riduce gli spazi nei quali la criminalità può presentarsi come intermediario necessario.
Ne deriva una distinzione essenziale tra repressione del fenomeno criminale e rafforzamento del sistema economico. La prima individua e colpisce le condotte illecite, protegge le vittime e accerta le responsabilità. Il secondo interviene sulle condizioni strutturali che possono rendere le imprese dipendenti, ricattabili o permeabili a forme di influenza criminale. Le due azioni non sono alternative, ma complementari.
Rafforzare l’economia significa quindi sostenere la crescita delle imprese sane, favorire l’accesso a strumenti finanziari legali, ridurre gli ostacoli burocratici, promuovere l’innovazione e creare condizioni nelle quali l’attività imprenditoriale possa svilupparsi senza dover ricorrere a mediazioni improprie. Significa anche tutelare le imprese che denunciano, affinché la scelta di opporsi alla criminalità non si traduca in isolamento economico o perdita della capacità produttiva.
In questa prospettiva, la domanda posta da Romeo - «come si rafforza l’economia?» - non riguarda soltanto l’aumento del fatturato o la crescita dimensionale delle aziende. Riguarda la costruzione di un sistema produttivo autonomo, competitivo e capace di generare sviluppo, occupazione e relazioni economiche fondate su regole trasparenti.
Il contrasto al potere criminale assume così una dimensione positiva: non soltanto sottrarre risorse e capacità alle organizzazioni illegali, ma accrescere la capacità del sistema economico legittimo di produrre autonomamente le risorse, le opportunità e le relazioni di cui una comunità ha bisogno. Quanto più l’economia è solida, diversificata e sostenuta da istituzioni efficienti, tanto minore può diventare lo spazio disponibile per forme criminali di protezione, finanziamento e intermediazione.
La città senza potere, senza ruolo, subordinazione al potere regionale
Avendo una visione di futuro, cercando di sovvertire i meccanismi dello sviluppo di questa città, tentare di capire e di fare un'analisi in virtù della quale questa città è una città senza potere, è una città senza ruolo, è una città subordinata. È una città che dal 1970 ha assunto un ruolo di subordinazione rispetto ad un potere regionale e a quello romano. È una città che non ha mai avuto un ministro, a differenza delle altre città calabresi. Ha avuto qualche sottosegretario che ha fatto clientela a non finire, punto. Questa è la realtà di una società nella quale viviamo. E allora il vero problema è porsi, porsi l'obiettivo di modificare il ruolo di questa città, di creare un tessuto sociale robusto, forte, che questo è l'antidoto al contrasto reale alla criminalità organizzata. Perché, come dicevo, quelle realtà aziendali imprenditoriali sono esenti dall'infiltrazione mafiosa e perché lì il potere economico e finanziario è forte e quindi è impenetrabile. È più penetrabile il commerciante o la piccola azienda che ha difficoltà economiche perché non ha potuto...
Però scusa, diciamo, facciamo un po' i ping pong. Però non è solo così, nel senso ovviamente le realtà che hai nominato tu non sono state scalfite. Ma quanti colossi sono stati scalfiti dalle indagini? Cioè, voglio dire, la forza economica, che ho inteso essere un, come posso dire, uno scudo quasi, no? per l'infiltrazione. Ma tu hai fatto quattro, cinque... Posso dire che sono i colossi che sono stati governati dalla politica. Sono stati anche colossi cittadini. Colossi cittadini infiltrati non ne ho memoria. Anche qui non è elegante, diciamo dirlo, ma insomma ce ne sono, viviamo tutti la città.
A prescindere dal caso specifico. Io dico che la forza economica... La regola è quella che fa. Io però non credo che la forza economica, così come prima abbiamo detto, l'ho detto io ma non lo so se lo condividi, come purtroppo l'aver studiato, parlavo dei professionisti, della borghesia, l'aver studiato e avere tutto sommato una sicurezza economica non li ha resi meno immuni dalla infiltrazione, in primis culturale, anzi io ho detto che gli intellettuali, e l'hai detto tu anche prima, sono stati i primi a tradire il territorio. Non credo che la forza economica, che anzi, voglio dire per la ’ndrangheta, è un qualcosa... non pensiamo, spero che qui non ci sia nessuno che pensi che la ’ndrangheta sia una ONLUS, no? È ovvio che l'obiettivo finale è comandare, governare, ma è anche fare soldi. Quindi io non credo che essere solidi economicamente sia un baluardo. Io credo che essere solidi culturalmente, e vale per l'economia, vale per la politica e vale per le professioni. Il problema, secondo me, è anche qui però tu prima hai chiarito, avevo evidentemente equivocato io. A me sembra che le tue ricette siano sempre, cioè contemplino sempre qualcosa che venga da fuori a migliorare il contesto, onestamente agghiacciante, del nostro territorio. Io invece penso che debba essere la società interiormente a fare un salto. E però se la società continua a esprimere, ma lo vediamo anche, insomma, i pubblici consessi cosa esprimono, la vedo molto difficile che questo possa accadere.
L'iniziativa sul piano culturale
Claudio, io sono convinto che, diciamo, rafforzare l'iniziativa sul piano culturale per attivare un meccanismo di contrasto sul piano culturale, sul piano dei valori, verso i disvalori di cui è portatrice la criminalità organizzata, sia un fatto necessario e indispensabile, ma non è sufficiente.
20.1Classe dirigente inattiva - democrazia partecipata
Il vero problema, come ti dicevo prima, è che ci vuole una classe dirigente, non solamente una classe politica, perché in questa città ha difettato anche la classe dirigente, non soltanto quella politica. Ci vuole una classe dirigente che sia all'altezza di disegnare un futuro possibile per questa città e lo deve fare partendo e coinvolgendo attraverso una forma di democrazia partecipata che parta dal basso e coinvolga tutti gli stakeholder del territorio, che devono partecipare attivamente ad un processo di crescita e di rafforzamento del tessuto sociale ed economico della nostra comunità. Ma fare questo oggi è possibile. Io voglio lanciare un messaggio di speranza, Claudio.
20.2Siamo città metropolitana, l’autonomia, le deleghe
È possibile perché? Vedi, oggi noi siamo città metropolitana, ma lo siamo sulla carta. Se noi riuscissimo veramente a rivendicare l'autonomia di un piano strategico della città metropolitana, richiedendo le famose deleghe alla Regione e quindi a quel potere regionale che dal 1970 avoca i centri decisionali in realtà non periferiche come il territorio della città di Reggio Calabria. Solo a quel punto noi potremo attivare i meccanismi. Come prevede la legge Delrio debbano essere le città metropolitane.
20.3Ruolo pubblico di chi ha a che fare con la ’ndrangheta
Quindi io dico: nella concretezza, la domanda è: chi ha a che fare con la ’ndrangheta, sotto il profilo relazionale? Perché la ’ndrangheta è in primis un fenomeno relazionale. È adatto o no, secondo te, ad avere un ruolo pubblico?
Secondo me no. Secondo me no, nel senso che il pensiero di una persona ha una sua valenza a prescindere dal suo sistema relazionale. Il sistema relazionale spesso ti compromette e allora bisogna esaminare i singoli casi. Non basta una interlocuzione, per ragioni professionali, come è accaduto più volte, per rendere... No, poi... che tipo di interlocuzione, ovviamente? Ci sono relazioni che nascono da rapporti di natura professionale, abbiamo avuto anche vicende giudiziarie, che sono state interpretate come motivo di apporto e di rafforzamento di un sistema criminale. Allora il vero problema, io non sono qui a parlare del caso specifico, ma sono interessato a capire com'è il sistema. Se oggi è possibile che un professionista o un imprenditore trovi necessità o è obbligato per mille ragioni ad avere interlocuzioni con un sistema solido, che è quello criminale, che oggi si è trasformato anche in potere economico e imprenditoriale, non dimentichiamocelo, che c'è un processo di trasformazione anche dell'azienda criminale, che tenta di, diciamo, reinserirsi nel contesto legittimo, lecito e legale. Allora il problema è... no
La ’ndrangheta come alibi
21.1La ’ndrangheta come alibi: la critica alla narrazione dominante
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha richiamato il libro di Ilario Ammendolia, La ’ndrangheta come alibi, proponendolo come una chiave di lettura alternativa della storia calabrese e, soprattutto, delle rappresentazioni attraverso le quali il territorio viene raccontato all’esterno. Il riferimento nasce dalla constatazione che la Calabria è spesso oggetto di una narrazione nazionale costruita da altri, mentre le comunità interessate rimangono assenti o assumono un ruolo marginale nella definizione della propria immagine.
L’opera di Ammendolia attraversa oltre settant’anni di storia, dalle lotte per la terra all’operazione Marzano, dal summit di Montalto agli accordi tra Stato e criminalità, dalla stagione dei sequestri di persona fino alle vicende contemporanee. Il suo obiettivo non è assolvere la ’ndrangheta né ridimensionarne la gravità, ma comprendere il contesto storico, sociale ed economico nel quale essa ha potuto radicarsi e svilupparsi.
La tesi centrale del libro, secondo la presentazione richiamata, è che la criminalità organizzata sia stata utilizzata anche come alibi per giustificare la marginalizzazione del Mezzogiorno. Ammendolia sostiene che determinate politiche di contrasto, anziché rimuovere le condizioni che favoriscono il radicamento mafioso, abbiano contribuito a consolidare rapporti di subordinazione, drenando risorse e capacità dai ceti popolari a vantaggio di quelli più forti. In questa prospettiva, la legge e l’azione repressiva vengono sottoposte a una critica storico-politica che ne interroga non soltanto le finalità dichiarate, ma anche gli effetti sociali e distributivi.
Si tratta di una tesi interpretativa dell’autore, non di una conclusione storica o giudiziaria che possa essere assunta come dimostrata in termini generali. La sua rilevanza, nel contesto del dibattito, consiste nel porre una domanda ulteriore rispetto a quella tradizionale: non soltanto come combattere la criminalità organizzata, ma anche quali conseguenze abbiano prodotto, nel tempo, le politiche adottate in suo nome e quali condizioni sociali siano rimaste immutate.
Ammendolia propone così una sorta di “contro-storia” rispetto alla narrazione che, a suo giudizio, si è affermata negli ultimi decenni. La critica riguarda il rischio di rappresentare il Sud, e in particolare la Calabria, esclusivamente attraverso la criminalità, trasformando un fenomeno reale e gravissimo nell’unica chiave interpretativa della società. Una simile rappresentazione può oscurare la pluralità delle esperienze, delle responsabilità, delle risorse e delle capacità presenti nel territorio.
Il richiamo di Romeo si inserisce coerentemente nella sua riflessione sulla necessità di rafforzare i poteri legali e di restituire alla città una capacità autonoma di interpretare il proprio passato e progettare il proprio futuro. La questione non è negare la presenza della ’ndrangheta, ma evitare che essa diventi una spiegazione totalizzante, capace di assorbire ogni altra dimensione della vita sociale e di ridurre la comunità a oggetto passivo di una narrazione esterna.
Da questa prospettiva, il libro di Ammendolia viene proposto come uno strumento di discussione critica: una lettura che invita a interrogarsi sui rapporti tra criminalità, potere, istituzioni, sviluppo e diseguaglianze, e a distinguere la necessaria repressione dei fenomeni mafiosi dalla valutazione delle politiche e delle rappresentazioni costruite intorno a essi.
Il problema conclusivo è quindi quello di restituire alla società calabrese la possibilità di essere soggetto della propria narrazione, senza sottrarsi alla responsabilità di riconoscere e contrastare la criminalità organizzata, ma senza neppure accettare che l’intera identità del territorio venga definita esclusivamente attraverso di essa.
Il dibattito sui comitati d'affari
La definizione e la struttura logica dei cosiddetti "comitati d'affari" e dei loro legami con la criminalità organizzata rimangono oggetto di un profondo dibattito teorico e interpretativo, come evidenziato dal contrasto tra le due tesi
22.1Il patto organico e sistematico
Secondo la visione di Cordova, i comitati d'affari si configurano come veri e propri patti strutturati tra diversi sistemi di potere. Questa tesi presuppone l'esistenza di accordi organici e pianificati tra differenti portatori di interessi (esponenti politici, istituzionali, economici e della criminalità organizzata), i quali si riuniscono sistematicamente attorno a tavoli decisionali per elaborare strategie e progetti comuni. In quest'ottica, la criminalità organizzata partecipa al tavolo con una propria autorevolezza e un peso contrattuale paritetico rispetto agli altri poteri dello Stato e dell'imprenditoria.
22.2Le interlocuzioni individuali delle "mele marce"
Al contrario, Romeo contesta questa rappresentazione, giudicandola parzialmente mitologica e rischiosa, in quanto finirebbe per attribuire alla criminalità organizzata un'autorevolezza istituzionale che non le appartiene. La tesi di Romeo esclude l'esistenza di entità organiche o di tavoli strategici permanenti tra sistemi. Piuttosto, la corruzione e l'intreccio criminale avverrebbero attraverso l'iniziativa di singole "mele marce" interne ai vari contesti istituzionali o economici. Questi soggetti si incontrano e dialogano non in rappresentanza formale o organica dei propri sistemi di appartenenza, ma esclusivamente a titolo personale, sfruttando le proprie posizioni per interessi privatistici.
22.3L'attività d'indagine di Luigi de Magistris sui comitati d'affari a Catanzaro
La tesi interpretativa di Romeo trova un riflesso diretto nell'attività investigativa che Luigi de Magistris ha coordinato come pubblico ministero presso la Procura di Catanzaro tra il 2004 e il 2007. Le sue inchieste hanno cercato di colpire proprio quel filone dei comitati d'affari intesi non come cupole monolitiche, ma come fitte reti di interlocuzione e relazioni illecite tra rappresentanti - a titolo personale - di più istituzioni, della politica e dell'imprenditoria.
Le principali indagini in cui de Magistris ha cercato di scardinare questi presunti comitati d'affari includono:
Why Not: Concentrata sull'uso distorto e sulla gestione illecita dei finanziamenti pubblici nazionali e comunitari in Calabria. L'indagine ipotizzava una rete trasversale di relazioni che collegava management pubblico, imprenditoria locale e importanti esponenti della politica regionale e nazionale, finalizzata alla spartizione delle risorse finanziarie.
Poseidone: Focalizzata sulla gestione dei fondi pubblici destinati alla depurazione delle acque e alla tutela ambientale in Calabria, dove emergevano presunti intrecci e favoritismi nell'assegnazione degli appalti pubblici.
Toghe Lucane: L'inchiesta che più esplicitamente ha teorizzato l'esistenza di un "comitato d'affari" segreto operante in Basilicata. L'ipotesi accusatoria delineava un network composto da politici, magistrati, alti funzionari pubblici e imprenditori, uniti dall'intento di pilotare appalti, gestire nomine e condizionare l'attività degli uffici giudiziari per proteggere interessi di parte o danneggiare gli inquirenti non allineati.
22.4L'esito dei procedimenti
Nonostante la vastità dell'impianto accusatorio iniziale, queste inchieste hanno subito un percorso travagliato: nel 2007 i fascicoli sono stati sottratti a de Magistris tramite avocazione e, nel 2008, il CSM ha disposto il suo trasferimento d'ufficio. Nel corso degli anni successivi, i filoni principali di queste indagini sono andati incontro a massicce archiviazioni (come per il nucleo politico-istituzionale di Toghe Lucane tra il 2009 e il 2011) o ad assoluzioni definitive e prescrizioni (come nel caso di Why Not), determinando una sostanziale disfatta dell'impianto penale originario ma lasciando aperto il dibattito sulla natura e l'esistenza di tali comitati.
Il pensiero meridiano di Franco Cassano: il Sud come soggetto della propria narrazione
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha richiamato il pensiero meridiano di Franco Cassano per approfondire il rapporto tra rappresentazione del territorio, potere e autonomia. Il problema, nella sua prospettiva, non consiste nel creare un mito alternativo della città o nel sostituire una narrazione negativa con una rappresentazione celebrativa. Consiste, piuttosto, nel riconoscere che il Mezzogiorno e Reggio Calabria sono stati spesso raccontati da soggetti esterni, mentre le comunità interessate hanno avuto una capacità limitata di produrre autonomamente la propria interpretazione della realtà.
Romeo osserva che ogni narrazione può essere orientata da interessi, priorità e punti di vista. Quando il racconto di un territorio viene costruito prevalentemente dall’esterno, vi è il rischio che alcuni fenomeni vengano enfatizzati e trasformati in chiavi interpretative totalizzanti, oscurando altre dimensioni della vita sociale. Ciò non significa negare i fatti negativi, né sostenere che ogni rappresentazione esterna sia necessariamente ostile, ma interrogarsi sulle modalità attraverso le quali una comunità viene descritta e sugli effetti che tali rappresentazioni possono produrre sulla sua immagine, sulla sua autonomia e sulle sue possibilità di sviluppo.
Il riferimento si collega anche alla riflessione sui sistemi di potere. Romeo osserva che la capacità di soggetti istituzionali, economici e sociali di coordinarsi intorno a obiettivi comuni non costituisce, di per sé, un fenomeno criminale. Al contrario, forme di collaborazione e di convergenza tra poteri legittimi possono rappresentare una risorsa positiva per lo sviluppo, come egli richiama a proposito delle esperienze di Catanzaro e Cosenza. Il problema non è dunque l’esistenza di relazioni tra poteri differenti, ma la loro natura, le finalità perseguite e la capacità di orientarle verso l’interesse generale.
In questa prospettiva, il pensiero meridiano di Franco Cassano offre una chiave culturale particolarmente significativa. Cassano propone di superare una rappresentazione del Sud come realtà incompiuta, arretrata o destinata esclusivamente a imitare modelli elaborati altrove. Il Mezzogiorno non deve essere considerato soltanto come oggetto di studio, di intervento o di giudizio, ma come soggetto capace di produrre conoscenza, interpretare la propria storia e contribuire autonomamente alla definizione del proprio futuro.
Il cuore di questo progetto è espresso dalle parole di Cassano:
«restituire al sud l’antica dignità di soggetto del pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato solo da altri».
Il significato di questa affermazione non è quello di rivendicare un’identità chiusa o autosufficiente, ma di riconoscere al Sud la capacità di elaborare un proprio punto di vista. Essere soggetto del pensiero significa poter interpretare la realtà a partire dalla propria esperienza storica, dalle proprie risorse e dalle proprie contraddizioni, senza essere costretti ad assumere come unico parametro di valore modelli esterni.
Cassano sviluppa ulteriormente questa prospettiva affermando:
«Il sud non è un non-ancora, non esiste solo nella prospettiva di diventare altro, di fuggire inorridito da sé per imitare il nord venti o cento anni dopo, e quindi probabilmente mai.»
Il Sud, dunque, non deve essere concepito come una realtà che acquista significato soltanto nella misura in cui si avvicina a un modello già definito altrove. La sua storia, la sua cultura e le sue caratteristiche non rappresentano semplicemente ostacoli da superare, ma elementi da conoscere criticamente e dai quali partire per costruire possibilità autonome di sviluppo.
Da questa impostazione deriva un’idea di autonomia che non coincide con l’isolamento né con il rifiuto del confronto. Essa consiste nella capacità di scegliere consapevolmente il proprio percorso, di valorizzare le risorse disponibili e di stabilire relazioni con altri territori senza assumere una posizione permanente di subordinazione. Come osserva Cassano:
«Il primo passo dell’autonomia sta proprio qui, nella comprensione che il futuro può non essere un inseguimento eternamente incompiuto ed eternamente fallimentare.»
Applicato a Reggio Calabria, questo pensiero invita a superare una condizione nella quale la città viene prevalentemente raccontata, interpretata e progettata da altri. La costruzione di una propria capacità culturale e progettuale diventa parte integrante del rafforzamento dei poteri legali: una comunità che produce conoscenza su se stessa, riconosce le proprie risorse e definisce autonomamente le proprie priorità dispone di maggiori strumenti per incidere sulle decisioni che riguardano il suo futuro.
Il pensiero meridiano non propone quindi di negare le criticità del territorio, ma di sottrarle a una rappresentazione esclusivamente negativa e fatalistica. La criminalità organizzata, le debolezze istituzionali e le difficoltà economiche devono essere analizzate e affrontate, senza che diventino l’unica identità possibile della comunità.
La questione posta da Romeo può essere così ricondotta a un principio fondamentale: restituire alla città la capacità di essere soggetto della propria storia, della propria narrazione e del proprio progetto di sviluppo. Solo attraverso questa autonomia culturale, accompagnata da capacità istituzionale, economica e partecipativa, il territorio può superare la condizione di dipendenza e costruire un futuro che non sia soltanto l’inseguimento di modelli elaborati altrove.
La litigiosità cittadina e l’ipotesi di un’entità strategica di governo
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha richiamato una caratteristica che, nella sua lettura della società reggina, contribuisce a spiegare la difficoltà della città di costruire progetti collettivi: la litigiosità alimentata dall’invidia reciproca. Il riferimento è alla rappresentazione del carattere reggino proposta da Nicola Giunta, nella quale l’invidia assume il significato di un atteggiamento capace di ostacolare il riconoscimento dei meriti altrui e di trasformare la competizione in conflitto personale.
Romeo utilizza questa chiave interpretativa per porre una questione che riguarda direttamente l’ipotesi dell’esistenza di entità superiori capaci di governare strategicamente la città. Se il tessuto sociale e la classe dirigente sono caratterizzati da rivalità, diffidenza e difficoltà di cooperazione, appare, nella sua prospettiva, difficilmente conciliabile immaginare che gli stessi soggetti possano stabilmente riunirsi intorno a un tavolo, superare i rispettivi interessi particolari ed elaborare un progetto organico e unitario di governo del territorio.
La contraddizione riguarda soprattutto la capacità di coordinamento. Un’entità strategica presupporrebbe continuità nei rapporti, riconoscimento reciproco, disponibilità a condividere informazioni e risorse, capacità di comporre i conflitti e di subordinare gli interessi individuali a obiettivi comuni. Proprio queste condizioni, secondo Romeo, risultano deboli nella realtà reggina, dove la competizione tra soggetti e gruppi tende frequentemente a prevalere sulla cooperazione.
Ne deriva una critica alla rappresentazione di un sistema cittadino unitario e sovraordinato, capace di dirigere in modo coerente la politica, l’economia e gli altri ambiti sociali. La presenza di relazioni, convergenze di interessi o accordi tra singoli soggetti non dimostra necessariamente l’esistenza di un centro strategico stabile. Occorre distinguere tra collaborazioni occasionali, comitati d’affari, reti di influenza e una struttura effettivamente dotata di capacità unitaria di direzione.
Il confronto con altre città viene richiamato da Romeo sul piano esclusivamente lecito. In contesti nei quali esiste una maggiore disponibilità al dialogo e un più sviluppato senso dell’interesse comune, soggetti politici, economici e sociali possono incontrarsi, coordinare le proprie iniziative e costruire progetti condivisi. Tali forme di collaborazione rappresentano una normale espressione della capacità di governo di una comunità e non devono essere confuse con l’esistenza di un potere occulto o criminale.
Il paradosso evidenziato dall’intervento è dunque che a Reggio Calabria si tende talvolta a immaginare una capacità di coordinamento strategico nell’ambito di presunti sistemi criminali, mentre la stessa capacità risulta difficilmente riconoscibile nell’azione ordinaria dei poteri legittimi. La città, secondo questa interpretazione, fatica a costruire sul piano pubblico e lecito quelle forme di cooperazione, continuità e progettualità che vengono invece attribuite a ipotetiche entità superiori.
Questa osservazione non costituisce, naturalmente, una dimostrazione dell’inesistenza di strutture criminali di coordinamento. La litigiosità sociale non esclude che gruppi ristretti possano stipulare accordi, organizzare interessi o perseguire strategie comuni. Essa rappresenta piuttosto un argomento critico nei confronti delle ricostruzioni che postulano un governo unitario e permanente della città senza dimostrarne concretamente l’organizzazione, i rapporti interni e la capacità effettiva di direzione.
La riflessione conduce, infine, al problema del rafforzamento dei poteri legali. Se la frammentazione e la rivalità costituiscono ostacoli alla crescita, il compito della classe dirigente è sviluppare capacità di confronto, riconoscimento reciproco e cooperazione. La costruzione di un progetto condiviso non richiede l’eliminazione del conflitto, che appartiene fisiologicamente a una società pluralista, ma la capacità di trasformarlo in confronto produttivo e di orientare le differenti energie sociali verso obiettivi comuni.
In questa prospettiva, il superamento della litigiosità non rappresenta soltanto una questione di costume o di carattere collettivo, ma una condizione per restituire alla città una maggiore capacità di governo, autonomia e progettazione del proprio futuro.
La paranoia
La città di confine, la paranoia e il diritto del nemico
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha richiamato la condizione di Reggio Calabria come città di confine, utilizzando questa caratteristica geografica e culturale per approfondire il tema della diffidenza, della litigiosità e della difficoltà di costruire una narrazione autonoma del territorio. Il riferimento alla “paranoia” e all’invidia non deve essere inteso come una caratteristica genetica o immutabile dei reggini, ma come una metafora culturale attraverso la quale il relatore descrive atteggiamenti collettivi che, nella sua interpretazione, possono ostacolare il riconoscimento reciproco e la cooperazione.
La città di confine è, per sua natura, un luogo nel quale identità differenti si incontrano e si delimitano. Il confine non rappresenta soltanto una separazione geografica, ma anche una condizione simbolica: definisce ciò che appartiene a una comunità e ciò che viene percepito come esterno. Quando questa distinzione si irrigidisce, il rapporto con l’altro può essere dominato dal sospetto, dalla paura e dalla tendenza a interpretare ogni iniziativa come una possibile minaccia.
È in questo contesto che assume rilievo il brano di Franco Cassano, richiamato nell’ntervento. Le sue parole descrivono il confine come luogo di reciproca delimitazione e, al tempo stesso, come spazio nel quale può svilupparsi una percezione paranoica dell’altro:
Sul confine, sul limite ognuno di noi termina e viene determinato, acquista la sua forma, accetta il suo essere limitato da qualcosa d’altro che ovviamente è anch’esso limitato da noi. Il termine de-termina e il confine de-finisce. Questa reciprocità del finire, questo terminarsi addosso è inevitabile ed incurabile. Il sospetto che il limite sia ingiusto o che tale vcenga ritenuto dall’altro è inseparabile da questo delimitarsi a vicenda, da questo nostro finire dove l’altro comincia. La sua forma più alta e organizzata è la paranoia di ogni confine leggibile sulla faccia delle guardie di frontiera, nella loro paura armata di mitra. Da ogni fortino si spia un deserto dei tartari e l’angoscia diventa ordinaria. E’ come se l’ipocondria fosse l’unica forma in cui si da la salute. Quando ispezioniamo continuamente i confini (anche quelli nostri, quelli interni) sono come le talpe di Kafka ,non riusciamo più a distinguere i sibili esterni da quelli prodotti dal nostro cervello e dalla nostra tensione. E’ per questo che sui confini circolano molti fantasmi e le manovre del nemico si confondono
nella nebbia con le manovre della mente e della paura.
Il passaggio mette in evidenza un meccanismo fondamentale: il confine è necessario alla definizione dell’identità, ma può diventare patologico quando la delimitazione reciproca viene vissuta esclusivamente come minaccia. In questa condizione, il sospetto tende ad alimentarsi da sé e la paura può rendere difficile distinguere i pericoli reali da quelli prodotti dall’immaginazione o dalla tensione collettiva.
Applicata alla riflessione di Romeo, questa metafora consente di interpretare la litigiosità e l’invidia come possibili manifestazioni di una cultura del confine irrigidita. L’altro non viene riconosciuto come interlocutore con il quale cooperare, ma come concorrente da cui difendersi o come soggetto il cui successo può essere percepito come una diminuzione del proprio spazio. Ne deriva una difficoltà a costruire fiducia, a riconoscere il merito e a trasformare il conflitto in confronto produttivo.
Il riferimento al diritto del nemico deve essere collocato su un piano distinto. Non si tratta di affermare che il brano di Cassano elabori una teoria giuridica del diritto penale del nemico, ma di utilizzare la sua riflessione sul confine per comprendere il rischio culturale di rappresentare l’altro esclusivamente come minaccia. Quando questa logica viene trasferita alla vita pubblica, il confronto può essere sostituito dalla contrapposizione permanente e la pluralità degli interessi può essere interpretata come un conflitto irriducibile tra appartenenze.
Da qui deriva l’appello rivolto da Romeo al mondo dell’informazione. I giornalisti e gli operatori culturali sono invitati a sviluppare una capacità autonoma di analisi della realtà reggina, evitando di riprodurre automaticamente schemi interpretativi elaborati altrove. Il compito dell’informazione non è costruire una rappresentazione rassicurante o celebrativa della città, ma raccontarne criticamente la complessità, distinguendo i fatti dalle interpretazioni e riconoscendo anche le risorse, le capacità e le esperienze positive presenti nel territorio.
Il collegamento con il pensiero meridiano di Cassano è evidente: una comunità non può acquisire piena autonomia se rimane soltanto oggetto della narrazione altrui. Deve sviluppare la capacità di interpretare se stessa, di riconoscere le proprie contraddizioni e di produrre una conoscenza che non sia subordinata esclusivamente a categorie esterne.
Superare la cultura del sospetto non significa eliminare il conflitto o rinunciare alla critica. Significa, piuttosto, distinguere il dissenso dall’inimicizia, la competizione dalla delegittimazione e la tutela della propria identità dalla chiusura verso l’altro. Una città di confine può trasformare la propria posizione da fattore di diffidenza in risorsa di relazione, scambio e apertura.
In questa prospettiva, il rafforzamento della comunità richiede anche una trasformazione culturale: passare dalla difesa permanente del proprio spazio alla capacità di riconoscere nell’altro un interlocutore, e dalla narrazione della città come luogo di conflitto inevitabile alla costruzione di una visione condivisa del suo futuro.
L'alibi della ’ndrangheta
La ’ndrangheta come alibi nella destinazione delle risorse pubbliche
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha richiamato un episodio della propria esperienza politica per illustrare come il pericolo della criminalità organizzata possa essere utilizzato anche come argomento per giustificare scelte sfavorevoli allo sviluppo di un territorio. Egli ricorda che, in occasione di finanziamenti destinati alla città di Reggio Calabria, alcuni esponenti politici avrebbero sostenuto la necessità di dirottare altrove le risorse, facendo leva sul rischio che esse potessero essere utilizzate dalla ’ndrangheta.
Il riferimento non riguarda la negazione del pericolo di infiltrazione criminale nella gestione dei fondi pubblici, ma l’uso che di tale pericolo può essere fatto nel processo decisionale. Secondo Romeo, il rischio mafioso, anziché determinare un rafforzamento dei controlli e delle garanzie, sarebbe stato in quelle circostanze assunto come motivo per sottrarre alla città opportunità di investimento e di sviluppo.
La questione evidenzia una possibile contraddizione: un territorio già penalizzato dalla presenza della criminalità organizzata può subire un ulteriore svantaggio se quella stessa presenza diventa la ragione per negargli risorse necessarie a rafforzare l’economia, i servizi e le istituzioni. In tal modo, il contrasto alla criminalità rischia di produrre effetti indiretti che aggravano alcune delle condizioni di debolezza sulle quali il potere criminale può radicarsi.
È in questo senso che Romeo richiama l’espressione “la ’ndrangheta come alibi”. Il fenomeno criminale, reale e da contrastare, può essere trasformato in una giustificazione politica per decisioni che rispondono anche ad altri interessi o che producono una redistribuzione delle risorse a danno del territorio. La sua osservazione resta una testimonianza personale, non accompagnata in questo passaggio dall’indicazione dei finanziamenti, dei soggetti politici o degli atti amministrativi cui si riferisce, e non consente pertanto di accertare le responsabilità dei singoli episodi.
Il principio generale che emerge è che il rischio di infiltrazione deve essere affrontato attraverso strumenti di prevenzione, trasparenza, controllo e capacità amministrativa, non mediante una rinuncia generalizzata agli investimenti. Sottrarre risorse a una comunità in ragione della presenza mafiosa può infatti indebolire proprio quei sistemi legali, economici e sociali che dovrebbero costituire il principale argine alla criminalità organizzata.
Lo stereotipo dei terroni ed il pensiero di Cassano
27.1Il valore della lentezza e il ruolo euromediterraneo del Mezzogiorno
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha precisato che il proprio richiamo al pensiero meridiano di Franco Cassano non deve essere confuso con una rivendicazione fondata sul risentimento verso il Nord o su un presunto complesso di inferiorità meridionale. Al contrario, egli ha dichiarato di riconoscere nel Mezzogiorno un patrimonio di valori che considera, per molti aspetti, superiore a quello espresso dai modelli di sviluppo dell’Italia settentrionale e dell’Europa del Nord.
La questione posta da Romeo riguarda il criterio stesso con il quale vengono valutate le società. Chi ha stabilito che l’efficienza e la rapidità debbano essere considerate valori assoluti, mentre la lentezza che caratterizza alcuni aspetti della vita meridionale debba essere interpretata necessariamente come un disvalore? Il suo riferimento a Cassano nasce dalla volontà di mettere in discussione questa gerarchia, nella quale il Sud viene giudicato prevalentemente in base alla distanza che lo separa dai modelli economici e culturali dominanti.
Non si tratta, tuttavia, di negare l’importanza dell’efficienza amministrativa, della produttività o dell’innovazione. Il problema è evitare che tali criteri diventino gli unici parametri attraverso i quali misurare la qualità di una comunità. La lentezza può esprimere anche una diversa relazione con il tempo, con i luoghi, con le persone e con l’esperienza, preservando dimensioni della vita che l’accelerazione tende a comprimere.
In questa prospettiva, Romeo collega il pensiero meridiano alla possibilità che Reggio Calabria e la sua provincia assumano un ruolo significativo nei nuovi rapporti euromediterranei. La posizione geografica, la storia e la cultura del territorio non devono essere considerate soltanto come elementi periferici rispetto ai grandi centri europei, ma come risorse attraverso le quali costruire una propria funzione strategica. Il Mediterraneo diventa così uno spazio di relazione e di opportunità, nel quale il Mezzogiorno può esprimere una vocazione autonoma senza limitarsi a inseguire modelli elaborati altrove.
27.2La lentezza nel pensiero di Franco Cassano
Il richiamo di Romeo trova il proprio fondamento nella riflessione di Cassano sulla lentezza, intesa non come semplice rallentamento delle attività, ma come possibilità di recuperare un rapporto più consapevole con il mondo. Nel brano riportato, l’autore contrappone l’esperienza di chi attraversa lentamente i luoghi a quella di chi, correndo, rischia di coglierne soltanto la superficie.
“Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contrade vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perché andare a piedi è sfogliare il libro e invece correre è guardarne soltanto la copertina. Bisogna essere lenti, usare le soste per guardare il cammino fatto, sentire la stanchezza, conquistarle come una malinconia le membra, invidiare l’anarchia dolce di chi inventa di momento in momento la strada.
Bisogna imparare a star da sé e aspettare in silenzio, oggi raro essere felici di avere in tasca soltanto le mani. Andare lenti è incontrare ogni senza travolgerli, è dare i nomi agli alberi, agli angoli, ai fili della luce, è trovare una panchina, è portarsi dentro i propri pensieri lasciandoli affiorare a seconda della strada, bolle che salgono a galla e che quando son fuori scoppiano e vanno a confondersi al cielo. È suscitare un pensiero involontario e non programmatico, non il risultato dello scopo e della volontà, ma il pensiero necessario, quello che viene su da solo, da un accordo tra mente e mondo.
Andare lenti è fermarsi su un lungomare, su una spiaggia, su una scogliera inquinata, su una collina bruciata dall’estate, andare col vento di una barca e zigzagare per andar diritti. Andare lenti è conoscere le mille differenze della propria forma di vita, i nomi degli amici, i colori le pieghe, i giochi e le voglie, le confidenze e le malinconie”.
Il passaggio esprime una concezione della lentezza come forma di attenzione: camminare, sostare, osservare e riconoscere le differenze consente di instaurare un rapporto più profondo con i luoghi e con gli altri. La velocità, quando diventa un fine in sé, può invece ridurre l’esperienza a un attraversamento superficiale, subordinato esclusivamente al raggiungimento di uno scopo.
Cassano chiarisce ulteriormente il significato di questa posizione nella riflessione dedicata alla lentezza, rispondendo anche a quanti hanno interpretato il suo elogio come una nostalgia reazionaria di un Sud idealizzato.
La lentezza, in questa prospettiva, non è il contrario dell’efficienza, ma il contrario dell’accelerazione assunta come valore assoluto. Essa consente di recuperare il tempo della riflessione, della relazione e della conoscenza, senza escludere la necessità di organizzare servizi efficienti, sviluppare attività produttive e utilizzare le innovazioni tecnologiche.
Il collegamento con la riflessione di Romeo consiste dunque nella possibilità di costruire un modello di sviluppo che non sia fondato esclusivamente sull’imitazione del Nord. Reggio Calabria può valorizzare la propria posizione mediterranea, il patrimonio culturale, le relazioni sociali, il paesaggio e le risorse economiche, integrandoli con capacità amministrativa, infrastrutture e innovazione. Il pensiero meridiano diventa così un invito a scegliere consapevolmente quali aspetti della modernità assumere e quali valori della propria esperienza preservare.
L’autonomia del Mezzogiorno non richiede di proclamare una superiorità assoluta rispetto ad altri territori, ma di superare l’idea che esista un unico modello di progresso. La sfida è riconoscere il valore delle proprie differenze e trasformarle in una capacità concreta di progettazione, affinché il Sud possa partecipare ai rapporti euromediterranei non come periferia in ritardo, ma come soggetto dotato di una propria identità, di proprie risorse e di una propria visione del futuro.
Reggio nel sistema dell’Area dello Stretto
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha individuato nella costruzione di un sistema integrato dell’Area dello Stretto una possibile risposta alla condizione di marginalità che, nella sua interpretazione, Reggio Calabria ha progressivamente assunto all’interno degli equilibri regionali. La città metropolitana, attraverso una collaborazione strutturata con quella di Messina, potrebbe superare i confini amministrativi della Calabria e ricercare nuovi modelli di sviluppo, assumendo una centralità propria in un sistema territoriale più ampio. Il punto non è rivendicare una posizione di preminenza rispetto ad altri territori, ma modificare i meccanismi che hanno limitato la capacità della città di progettare autonomamente il proprio futuro.
Questa prospettiva acquista particolare rilievo alla luce delle nuove politiche euromediterranee. Il Patto europeo per il Mediterraneo e il Piano Mattei individuano nella connettività, negli investimenti, nell’energia, nelle infrastrutture e nelle relazioni economiche con l’Africa alcune direttrici strategiche. L’Area dello Stretto può inserirsi in questo quadro non più soltanto come luogo di attraversamento tra Calabria e Sicilia, ma come piattaforma territoriale di collegamento tra Europa, Mediterraneo e Africa. Il passaggio decisivo consiste nel trasformare una somma di infrastrutture e funzioni separate in un sistema integrato. Porti, logistica, mobilità, energia, ricerca, turismo e attività produttive possono essere coordinati attraverso una strategia comune, capace di valorizzare le complementarità tra le due sponde e di attribuire a ciascun territorio una funzione riconoscibile. In questo modo, la posizione geografica dello Stretto cesserebbe di essere soltanto un dato naturale per diventare una risorsa organizzata di sviluppo. In tale disegno, il porto di Gioia Tauro assume un ruolo fondamentale. La sua vocazione di grande hub container e logistico internazionale può essere integrata con le funzioni dei porti dello Stretto, prevalentemente orientate all’attraversamento, al traffico passeggeri, al crocierismo e ai servizi territoriali. La complementarità tra queste infrastrutture consentirebbe di costruire una piattaforma più ampia, nella quale il traffico merci, le connessioni metropolitane, le filiere produttive e il turismo concorrano a un medesimo progetto di sviluppo. L’integrazione, tuttavia, non coincide necessariamente con l’immediata unificazione amministrativa delle autorità portuali. Attualmente Gioia Tauro appartiene all’Autorità di Sistema Portuale dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio, mentre i porti di Messina, Milazzo, Tremestieri, Villa San Giovanni, Reggio Calabria e Saline fanno parte dell’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto. Una eventuale modifica di tale assetto richiederebbe una scelta istituzionale di livello nazionale, materia attualmente all’esame del parlamento .
La proposta più immediata è pertanto quella di una governance coordinata, fondata su un piano strategico integrato e sulla specializzazione complementare dei diversi nodi portuali. Il nuovo sistema dovrebbe dunque nascere da una visione territoriale condivisa, prima ancora che da una riforma organizzativa. Un Piano strategico integrato dell’Area dello Stretto potrebbe coordinare investimenti, infrastrutture, mobilità, servizi e filiere economiche, evitando duplicazioni e valorizzando le specifiche vocazioni di Reggio, Messina, Gioia Tauro e degli altri centri coinvolti. L’obiettivo sarebbe costruire una capacità comune di interlocuzione con lo Stato, le Regioni e le istituzioni europee, senza annullare l’autonomia dei singoli territori. Per Reggio Calabria, questa prospettiva rappresenterebbe un cambiamento di scala. All’interno del solo sistema regionale, la città rischia, secondo Romeo, di rimanere subordinata a equilibri decisionali definiti altrove; nel sistema integrato dello Stretto, invece, potrebbe assumere una funzione centrale in ragione della propria posizione, delle infrastrutture, delle relazioni con Messina e della connessione con Gioia Tauro. La centralità non deriverebbe quindi da una rivendicazione astratta, ma dalla capacità di organizzare risorse e funzioni intorno a un progetto riconoscibile.
La costruzione dell’Area integrata dello Stretto si collega, infine, al più generale obiettivo di rafforzare i poteri legali e la capacità progettuale della comunità. Una città che dispone di una strategia autonoma, di istituzioni capaci di cooperare e di un sistema economico integrato può esercitare un ruolo più incisivo nelle scelte che riguardano il proprio futuro. In questa prospettiva, l’Area dello Stretto non costituisce soltanto un nuovo perimetro geografico, ma un possibile sistema di sviluppo capace di restituire a Reggio una centralità funzionale, economica e istituzionale nel Mediterraneo.
L’indignazione per la paura di Amazon
Nel corso del confronto, una notizia di stampa relativa a un’indagine giudiziaria su presunte pretese mafiose nei confronti di Amazon, in relazione a un possibile insediamento logistico a Gioia Tauro, ha dato luogo a due differenti atteggiamenti interpretativi. La notizia, ancora bisognosa di chiarimenti circa la dinamica dei fatti e le ragioni delle scelte aziendali, è stata assunta da un lato come conferma del fatto che la criminalità organizzata avrebbe scoraggiato l’investimento, determinando la rinuncia a un’importante opportunità economica e occupazionale. Dall’altro, Romeo ha invitato a mantenere un atteggiamento più cauto, distinguendo quanto effettivamente accertato dalle ipotesi sulle motivazioni della multinazionale.
La divergenza non riguarda la gravità delle eventuali pretese mafiose, che entrambi gli interlocutori considerano un fenomeno da contrastare, ma il modo di interpretare le conseguenze della vicenda. Per Claudio Cordova, il dato centrale è che Amazon realizza insediamenti anche in altri territori caratterizzati da una significativa presenza mafiosa, mentre, allo stato delle informazioni richiamate nel dibattito, non avrebbe realizzato quello previsto nella provincia di Reggio Calabria. Questa differenza costituisce, nella sua prospettiva, un fatto con il quale occorre confrontarsi, senza escludere che ulteriori accertamenti possano modificarne l’interpretazione.
Romeo, invece, ritiene necessario comprendere se il rischio criminale sia stato effettivamente la causa determinante della mancata realizzazione dell’insediamento oppure se possano aver inciso anche altri interessi e valutazioni. Egli auspica che l’indagine chiarisca la vicenda e si domanda se il richiamo al pericolo mafioso possa aver rappresentato, in tutto o in parte, un argomento utilizzato per giustificare una scelta maturata per ragioni differenti. Si tratta di un interrogativo, non dell’affermazione che esista una manovra della multinazionale o che il pericolo criminale sia stato inventato.
Il punto sul quale Romeo insiste maggiormente è il rischio di attribuire alla criminalità organizzata una capacità di condizionamento superiore a quella effettivamente dimostrata. Una narrazione che presenta il territorio come inevitabilmente ostile agli investimenti può produrre un danno reputazionale ed economico prima ancora che siano state accertate le ragioni della mancata iniziativa. Il pericolo, nella sua lettura, è che la denuncia di un fatto criminale venga trasformata in una rappresentazione generale della provincia come luogo nel quale investire sarebbe impossibile.
Da qui deriva la sua provocazione nei confronti di Amazon. Romeo afferma che, se fosse alla guida di un grande gruppo industriale, non rinuncerebbe a un investimento a Gioia Tauro per il timore della criminalità, arrivando a dichiarare che vi si insedierebbe anche a costo della propria vita. L’espressione, volutamente estrema, intende sottolineare la differenza tra la vulnerabilità di una piccola impresa e la capacità di un colosso economico di affrontare rischi, sostenere costi e attivare strumenti di tutela. Non costituisce, tuttavia, un criterio realistico di gestione della sicurezza né implica che un’impresa debba esporre lavoratori e dirigenti a pericoli per dimostrare il proprio coraggio.
È in questo senso che Romeo dichiara di indignarsi maggiormente per quella che definisce la “vigliaccheria” della multinazionale, piuttosto che per la sola esistenza del pericolo criminale. La sua indignazione non è rivolta a negare le eventuali minacce, ma alla possibilità che un soggetto dotato di rilevanti risorse economiche rinunci a un investimento, contribuendo così a rafforzare l’immagine di un territorio dal quale sarebbe preferibile tenersi lontani.
Cordova oppone a questa impostazione un’obiezione concreta: se Amazon apre in altre province nelle quali la criminalità organizzata è presente, occorre spiegare perché non abbia realizzato l’insediamento a Gioia Tauro. La comparazione, nella sua prospettiva, non può essere elusa attraverso il semplice richiamo alla possibilità di interessi ulteriori. Fino a quando non emergano elementi diversi, la mancata apertura rappresenta un dato che richiede una spiegazione e che può essere letto come una conseguenza negativa del condizionamento criminale.
Romeo, a sua volta, richiama l’ipotesi di un potere criminale dotato di razionalità strategica. Se l’obiettivo fosse quello di trarre vantaggio dall’insediamento di una grande impresa, osserva, potrebbe risultare più conveniente consentirne inizialmente l’apertura e soltanto successivamente tentare di condizionarne le attività. Anche questa considerazione ha carattere ipotetico e non dimostra che le presunte pretese mafiose non siano avvenute; serve piuttosto a mettere in discussione l’automatismo con il quale ogni mancato investimento viene ricondotto a un’unica spiegazione.
La vicenda consente quindi di distinguere tre piani: l’accertamento giudiziario delle eventuali condotte criminali, la ricostruzione delle effettive ragioni della scelta imprenditoriale e la valutazione degli effetti che la notizia produce sull’immagine e sull’attrattività del territorio. Confondere questi livelli rischia di trasformare un’ipotesi investigativa in una certezza sulle decisioni aziendali e, successivamente, in un giudizio generale sulla capacità della provincia di accogliere investimenti.
Il contrasto alla criminalità richiede certamente che le imprese siano protette da intimidazioni e pretese illecite. Al tempo stesso, la tutela dello sviluppo impone di evitare che il rischio mafioso diventi una spiegazione totalizzante o un alibi per rinunciare a comprendere le altre condizioni che determinano le scelte di investimento. La posizione di Romeo si colloca precisamente in questa tensione: riconoscere il pericolo, ma non accettare che esso venga automaticamente assunto come destino economico del territorio.
Il confronto rimane aperto sul piano dei fatti. Solo la conoscenza degli esiti dell’indagine e delle effettive motivazioni della decisione aziendale può consentire di stabilire quale peso abbiano avuto le eventuali pretese criminali e quali altri fattori siano intervenuti. Nel frattempo, la differenza tra i due interlocutori riguarda il metodo: da una parte, l’attenzione al dato della mancata apertura e al danno occupazionale; dall’altra, la richiesta di sospendere il giudizio sulle cause e di valutare anche il danno che una narrazione allarmistica può produrre sulla reputazione e sulle prospettive di sviluppo della comunità.
Chi c'è dietro la narrazione delle nuove rotte della mafia
30.1La mancata attrattività del territorio tra criminalità e narrazione interessata
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha ripreso il paragone con la Sicilia per interrogarsi sulle ragioni della diversa capacità dei territori meridionali di attrarre investimenti. A suo giudizio, la rappresentazione nazionale della criminalità organizzata ha progressivamente attribuito alla ’ndrangheta una centralità tale da far apparire la Calabria come il luogo privilegiato del pericolo mafioso, mentre altre realtà, pur interessate dalla presenza di organizzazioni criminali, vengono raccontate anche attraverso le loro opportunità turistiche, industriali ed economiche.
Romeo non contesta la gravità della ’ndrangheta né la sua capacità di operare su scala nazionale e internazionale. La questione che pone riguarda piuttosto il rapporto tra la realtà dei fenomeni criminali e la loro rappresentazione pubblica. Egli si domanda se la diversa immagine dei territori dipenda esclusivamente da una descrizione oggettiva della criminalità oppure se possa essere influenzata anche da interessi economici e finanziari che orientano le scelte di investimento e, successivamente, le narrazioni utilizzate per giustificarle.
In questa prospettiva, la vicenda Amazon diventa un esempio del problema più generale della mancata attrattività della provincia di Reggio Calabria. Romeo ipotizza che il richiamo al pericolo criminale possa, in alcuni casi, essere utilizzato per spiegare una decisione imprenditoriale maturata anche per ragioni differenti. La sua domanda è se una grande impresa, nell’ambito della propria strategia nazionale o internazionale, possa scegliere di localizzare un investimento altrove e presentare successivamente il rischio mafioso come una delle ragioni della mancata realizzazione dell’insediamento.
Claudio Cordova obietta che questa impostazione sembra avvicinarsi all’idea di un disegno concordato da soggetti sovraordinati, in contrasto con la precedente critica di Romeo all’ipotesi di un tavolo unitario capace di governare la città. Romeo precisa allora che non intende riferirsi a un complotto criminale, ma a normali processi decisionali di soggetti economici e finanziari legali, i quali operano scelte di investimento sulla base dei propri interessi. Tali soggetti possono coordinarsi, stipulare accordi e orientare risorse verso determinati territori senza che ciò implichi l’esistenza di un’organizzazione occulta o illecita.
La distinzione è centrale: un piano economico di investimento non equivale a un progetto criminale. Le grandi imprese e gli operatori finanziari selezionano i territori in funzione di convenienze, infrastrutture, mercati, costi, incentivi e prospettive di rendimento. Romeo invita a considerare la possibilità che anche questi fattori, e non soltanto il rischio mafioso, incidano sulla localizzazione degli investimenti. La narrazione pubblica delle scelte può quindi essere oggetto di analisi critica, senza presumere che ogni decisione sia il risultato di una manipolazione.
Cordova, tuttavia, richiama il dato che considera insuperabile: Amazon realizza insediamenti in altri territori caratterizzati dalla presenza mafiosa, mentre quello di Gioia Tauro, secondo le informazioni disponibili nel dibattito, non sarebbe stato realizzato. A suo avviso, questa differenza deve essere spiegata e non può essere superata attraverso ipotesi prive di riscontri. Romeo risponde di disporre di notizie di natura diversa e ribadisce che le proprie considerazioni rappresentano soltanto alcune delle possibili interpretazioni, auspicando che gli accertamenti chiariscano le effettive ragioni della vicenda.
Il confronto mette così in evidenza due rischi opposti. Da un lato, sottovalutare il condizionamento criminale e le conseguenze che esso può produrre sulle decisioni delle imprese. Dall’altro, attribuire automaticamente alla ’ndrangheta ogni mancato investimento, trasformando il fenomeno criminale in una spiegazione generale delle difficoltà economiche del territorio. Entrambi gli approcci, se assunti in modo esclusivo, possono impedire una comprensione adeguata delle cause della mancata attrattività.
La riflessione di Romeo si collega al tema della narrazione interessata del Mezzogiorno. Se un territorio viene rappresentato prevalentemente come pericoloso, tale immagine può incidere sulle aspettative degli investitori, sulla percezione del rischio e sulla capacità della comunità di proporsi come sede di nuove iniziative. Il danno reputazionale può quindi sommarsi ai danni effettivamente prodotti dalla criminalità, contribuendo a rafforzare una condizione di marginalità economica.
Ciò non significa che la comunicazione debba occultare le infiltrazioni mafiose o attenuare la gravità delle minacce. Significa, piuttosto, che la rappresentazione del territorio dovrebbe distinguere i fatti accertati dalle ipotesi, evitare generalizzazioni e considerare anche le condizioni positive per l’investimento. La presenza della criminalità organizzata non esaurisce la realtà economica e sociale di una provincia, né determina automaticamente l’impossibilità di realizzare attività produttive.
La questione conclusiva riguarda dunque la capacità di Reggio Calabria di costruire una propria politica di attrattività. Non è sufficiente contrastare la criminalità sul piano repressivo; occorre anche rafforzare infrastrutture, servizi, capacità amministrativa, sicurezza degli investimenti e credibilità istituzionale, affinché il territorio possa competere nelle scelte di localizzazione delle imprese. Allo stesso tempo, è necessario sviluppare una narrazione autonoma, fondata su dati e analisi, che non sia subordinata esclusivamente all'immagine del pericolo mafioso.
La vicenda Amazon rimane, nel dibattito, un caso da chiarire nei suoi presupposti fattuali. Il suo valore nella riflessione di Romeo consiste soprattutto nell’interrogativo che solleva: quanto della mancata attrattività di un territorio dipende dalle condizioni reali e quanto dalle rappresentazioni, dagli interessi e dalle scelte economiche che contribuiscono a definirne l’immagine? La risposta richiede accertamenti concreti, ma anche la capacità di non ridurre l’intero problema dello sviluppo alla sola presenza della criminalità organizzata.
Sussidiarietà orizzontale, cittadinanza attiva e democrazia partecipata
Nel corso del confronto, un intervento del pubblico ha posto una questione centrale rispetto alla responsabilità della comunità nel contrasto alla criminalità organizzata. L’interlocutore, richiamando la diversa esperienza dei movimenti civili sviluppatisi in Sicilia, ha osservato di non ricordare in Calabria una mobilitazione di analoga portata. Da questa constatazione è derivata una domanda critica: è sufficiente attribuire le difficoltà del territorio a poteri sovraordinati, lontani e difficilmente percepibili, oppure è necessario riconoscere anche la responsabilità dei cittadini per le scelte che quotidianamente non compiono?
La domanda introduce una distinzione importante tra l’analisi dei sistemi di potere e la responsabilità individuale e collettiva. L’esistenza di condizionamenti politici, economici o criminali non esclude che la comunità disponga di spazi di iniziativa e di decisione. Il rischio, evidenziato dall’interlocutore, è che il riferimento a poteri superiori diventi una spiegazione totalizzante, capace di alimentare passività e di sottrarre i cittadini alla responsabilità di agire.
Paolo Romeo ha dichiarato di condividere pienamente questa impostazione, precisando che la propria proposta si fonda proprio sulla sussidiarietà orizzontale, sull’impegno della cittadinanza attiva e su una democrazia partecipata. La sua risposta chiarisce che il rafforzamento dei poteri legali non deve essere inteso come un processo affidato esclusivamente alle istituzioni o a una classe dirigente collocata al vertice, ma come una costruzione che parte dalla società e coinvolge direttamente i cittadini.
La sussidiarietà orizzontale esprime il principio secondo cui l’iniziativa autonoma dei cittadini, singoli o associati, può concorrere alla cura degli interessi generali. Essa non comporta la sostituzione delle istituzioni, ma la valorizzazione della capacità della società civile di proporre, organizzare e realizzare attività di interesse collettivo. In questa prospettiva, la cittadinanza attiva rappresenta il passaggio dalla semplice richiesta di intervento pubblico all’assunzione di una responsabilità concreta nella vita della comunità.
La democrazia partecipata costituisce il metodo attraverso il quale tale responsabilità può tradursi in decisioni condivise. Romeo richiama un processo di governance dal basso verso l’alto, nel quale i diversi portatori di interessi siano coinvolti nella definizione delle priorità e nella costruzione delle scelte. Il confronto tra cittadini, associazioni, imprese, professionisti, istituzioni e altri soggetti sociali consente di far emergere bisogni, risorse e competenze che una decisione esclusivamente verticistica rischierebbe di non cogliere.
Il collegamento con il contrasto alla criminalità organizzata è diretto. Secondo Romeo, quando una comunità partecipa realmente alle decisioni che riguardano il proprio territorio, si rafforzano le relazioni legali e si riducono gli spazi nei quali il potere criminale può esercitare intermediazione, condizionamento o sostituzione delle istituzioni. La partecipazione diventa così uno strumento di prevenzione sociale, complementare all’azione investigativa e giudiziaria.
La risposta di Romeo non elimina, tuttavia, la questione posta dal pubblico. Se la cittadinanza attiva è considerata essenziale, occorre interrogarsi sulle ragioni per cui essa non si sia sviluppata con sufficiente forza e continuità e su quali condizioni possano favorirne la crescita. La responsabilità non può essere attribuita soltanto ai cittadini, né esclusivamente ai poteri istituzionali: richiede un’analisi delle relazioni tra cultura civica, fiducia, organizzazione sociale, capacità amministrativa e opportunità effettive di partecipazione.
Il punto di convergenza tra domanda e risposta consiste dunque nel rifiuto della passività. L’interlocutore richiama la necessità di assumersi la responsabilità delle scelte quotidiane; Romeo individua nella sussidiarietà orizzontale e nella democrazia partecipata gli strumenti attraverso i quali tale responsabilità può diventare un processo collettivo e organizzato.
In questa prospettiva, il contrasto alla ’ndrangheta non si esaurisce nella denuncia o nella repressione, pur indispensabili, ma richiede la costruzione di una comunità capace di agire autonomamente, cooperare e determinare il proprio futuro. Il rafforzamento della società civile e dei poteri legali rappresenta, nella visione di Romeo, la condizione per ridurre progressivamente la capacità del potere criminale di occupare gli spazi lasciati vuoti dalla debolezza della partecipazione e delle istituzioni.
Il massimo profitto, la mission della ’ndrangheta
32.1Il denaro come chiave di lettura del fenomeno criminale
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha richiamato la centralità del denaro nell’azione della criminalità organizzata, affermando che essa ha un solo Dio: il denaro. Con questa espressione, volutamente incisiva, intende sottolineare che la ricerca del profitto e l’acquisizione di risorse economiche costituiscono una delle principali chiavi di lettura attraverso le quali comprendere l’espansione e le trasformazioni del potere criminale.
Secondo Romeo, per seguire il fenomeno mafioso occorre dunque seguire il denaro. La presenza di risorse finanziarie aggredibili, di opportunità di investimento, di appalti, di attività produttive o di altri interessi economicamente rilevanti può rappresentare un fattore di attrazione per le organizzazioni criminali. Il loro obiettivo non si esaurisce necessariamente nell’esercizio della violenza o nel controllo del territorio, ma può consistere anche nell’acquisizione di vantaggi economici e nella capacità di inserirsi nei circuiti attraverso i quali vengono prodotte, distribuite e gestite le risorse.
Questa prospettiva consente di collegare il fenomeno criminale ai processi di sviluppo e alle scelte economiche che interessano un territorio. Laddove si concentrano investimenti e opportunità, possono emergere tentativi di condizionamento, intermediazione o appropriazione da parte di soggetti criminali. Ciò non significa che ogni investimento o disponibilità finanziaria comporti automaticamente un’infiltrazione mafiosa, ma che l’analisi delle risorse e degli interessi economici costituisce uno strumento essenziale per individuare le possibili aree di vulnerabilità.
Il richiamo al denaro permette inoltre di comprendere perché il contrasto alla criminalità organizzata non possa limitarsi alla repressione dei singoli reati. È necessario osservare anche i meccanismi attraverso i quali il potere criminale tenta di trasformare le proprie risorse in capacità di influenza, di accedere all’economia legale e di stabilire relazioni con altri soggetti sociali. In questa prospettiva, seguire il denaro significa ricostruire non soltanto i flussi finanziari, ma anche gli interessi, le opportunità e le relazioni che possono consentire alla criminalità di consolidare il proprio potere.
La riflessione di Romeo si inserisce così nel più ampio tema del rafforzamento dei sistemi legali. Se il denaro rappresenta una risorsa fondamentale per la criminalità organizzata, la risposta deve comprendere la tutela dell’economia sana, la trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e private, la capacità di prevenire le infiltrazioni e la costruzione di condizioni che rendano le imprese meno vulnerabili al condizionamento criminale. Il contrasto al potere mafioso richiede, in definitiva, di comprenderne anche la dimensione economica, senza ridurre l’intero fenomeno alla sola ricerca del profitto.
Intelligenza organica e intelligenza strategica delle organizzazioni criminali
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha contestato l’attribuzione alla criminalità organizzata di una particolare intelligenza strategica, sostenendo che essa sia piuttosto dotata di un’intelligenza organica. Il riferimento è alla relazione della Commissione parlamentare antimafia del 2008, presieduta da Francesco Forgione, nella quale la ’ndrangheta veniva descritta come una struttura capace di funzionare anche in assenza di una direzione strategica centralizzata, grazie a una forma di intelligenza incorporata nella propria organizzazione.
La distinzione, che non costituisce una categoria giuridica ma uno strumento interpretativo, riguarda il modo in cui si spiegano la continuità e l’espansione del fenomeno mafioso. L’intelligenza organica consiste nella capacità dell’organizzazione di riprodurre sé stessa, adattarsi all’ambiente, conservare le proprie regole e perseguire i propri interessi anche senza che ogni comportamento sia il risultato di un piano generale elaborato da un unico centro. La struttura dispone di codici, relazioni, memoria, meccanismi di sostituzione e capacità di reazione che le consentono di sopravvivere e di espandersi.
Romeo richiama, a questo proposito, la metafora della metastasi tumorale e il paragone con fenomeni organizzativi reticolari, come Al Qaeda, utilizzati nella relazione antimafia per descrivere una capacità di diffusione che non richiede necessariamente un comando centralizzato. Il senso dell’analogia non è equiparare fenomeni diversi sul piano giuridico o storico, ma evidenziare come un’organizzazione possa produrre effetti estesi attraverso il funzionamento delle proprie articolazioni.
Secondo Romeo, il motore di questa intelligenza organica risiede nello scopo stesso dell’associazione criminale: la ricerca dell’ingiusto profitto mediante l’uso della violenza e degli altri strumenti di intimidazione e condizionamento. È questa finalità che spinge l’organizzazione a interessarsi alle risorse economiche, agli investimenti, agli appalti e alle opportunità di acquisizione di ricchezza. La sua espansione non richiederebbe, quindi, di ipotizzare ogni volta un disegno politico generale, ma potrebbe essere spiegata attraverso la naturale tendenza del sistema criminale a perseguire il proprio vantaggio.
L’intelligenza strategica, nel significato più specifico richiamato dal documento di riferimento, indica invece la capacità di leggere il contesto politico, economico e istituzionale, individuare obiettivi futuri, prevedere le reazioni degli interlocutori e modificare conseguentemente la propria condotta. Essa implica una progettualità che va oltre la semplice conservazione dell’organizzazione e che può manifestarsi attraverso scelte coordinate, relazioni esterne e interventi finalizzati a produrre determinati effetti sul contesto.
La posizione di Romeo non comporta necessariamente la negazione di ogni capacità di pianificazione da parte delle organizzazioni mafiose. Il punto della sua critica riguarda piuttosto il rischio di trasformare tale capacità in una spiegazione generale e totalizzante, attribuendo alla criminalità una razionalità superiore, una visione complessiva della società o un potere di direzione unitaria che devono invece essere dimostrati nei singoli casi. La capacità di adattarsi, perseguire profitti e stabilire relazioni non prova, di per sé, l’esistenza di un centro occulto capace di governare l’insieme dei processi economici e politici.
Il documento di riferimento chiarisce, peraltro, che intelligenza strategica e direzione unitaria non sono concetti equivalenti. Una strategia può essere elaborata internamente da un’organizzazione, svilupparsi attraverso relazioni con soggetti esterni oppure derivare dalla convergenza temporanea di interessi tra attori autonomi. In quest’ultimo caso, la presenza di comportamenti convergenti non dimostra necessariamente l’esistenza di un unico vertice o di un accordo generale.
La distinzione assume particolare rilievo nella lettura dei filoni investigativi sviluppatisi dagli anni Novanta. Il passaggio dall’osservazione delle attività criminali tradizionali all’analisi delle relazioni con l’economia, la politica e le istituzioni ha portato a interrogarsi sulla capacità delle organizzazioni mafiose di produrre effetti più ampi rispetto al controllo territoriale e alla commissione dei singoli reati. Tuttavia, la complessità delle relazioni osservate non deve essere automaticamente ricondotta a un’unica strategia, né la presenza di interessi convergenti può essere assunta come prova di una struttura sovraordinata.
La riflessione di Romeo si inserisce così nella sua più generale critica alle rappresentazioni che attribuiscono alla criminalità organizzata una capacità di governo complessivo della società. A suo giudizio, la forza della mafia deriva soprattutto dalla continuità della propria struttura, dalla ricerca del profitto e dalla capacità di occupare gli spazi economici e sociali nei quali trova opportunità di espansione. Il contrasto deve quindi partire dalla comprensione di questi meccanismi concreti, seguendo le risorse, le relazioni e le condizioni che consentono al potere criminale di riprodursi.
In questa prospettiva, l’intelligenza organica rappresenta la capacità del sistema criminale di conservarsi e di espandersi attraverso il proprio funzionamento; l’intelligenza strategica indica invece una capacità di progettazione e di adattamento consapevole a obiettivi futuri. Le due categorie non sono necessariamente incompatibili, ma la loro distinzione consente di evitare che la semplice esistenza di un’organizzazione criminale complessa venga interpretata come dimostrazione di un disegno unitario di controllo della società. È proprio questo automatismo che Romeo intende mettere in discussione.
Non esiste una ’ndrangheta spa ma tante aziende criminali
Unitarietà della ’ndrangheta e pluralità delle aziende criminali
Nel corso del confronto, Paolo Romeo introduce una distinzione tra l’unitarietà della ’ndrangheta come organizzazione criminale e l’ipotesi, che invece contesta, di una sua configurazione come vera e propria holding economica.
Romeo non nega l’esistenza di elementi unitari. Al contrario, afferma di riconoscere una sostanziale unitarietà sotto il profilo dell’organizzazione, della ritualità e del sistema di disvalori condiviso dalle diverse articolazioni della ’ndrangheta. Ciò che mette in discussione è il passaggio ulteriore: dall’esistenza di un’organizzazione criminale unitaria alla rappresentazione di tutte le attività economiche riconducibili alle diverse cosche come componenti di un’unica azienda criminale.
La sua affermazione è netta: «Così come io non credo esserci una holding nella criminalità organizzata, io non credo che la criminalità organizzata o la ’ndrangheta sia unitaria. Credo che sia unitaria quanto a modelli organizzativi, sia unitaria quanto a ritualità, sia unitaria quanto a disvalori di cui è portatrice». Il senso della dichiarazione, al di là della formulazione orale, è dunque quello di riconoscere un comune ordinamento criminale senza farne discendere automaticamente una gestione economica centralizzata.
Romeo aggiunge un secondo elemento, riferito al piano giudiziario. A suo giudizio, non sarebbe stata dimostrata un’unitarietà delle diverse «aziende criminali» operanti sul territorio. Il problema che pone è quindi soprattutto probatorio: l’accertamento dell’unitarietà “culturale” della ’ndrangheta non sarebbe sufficiente, da solo, a dimostrare che le attività economiche riferibili alle singole cosche appartengano a un unico sistema imprenditoriale diretto da un centro comune.
34.1L’argomentazione: unitarietà organizzativa e autonomia economica
L’unitarietà della ’ndrangheta può essere intesa innanzitutto come unitarietà dell’ordinamento criminale: esistenza di regole comuni, ritualità, strutture di riconoscimento, meccanismi di coordinamento e appartenenza a un medesimo universo associativo. Questa dimensione può convivere con una considerevole autonomia delle articolazioni territoriali.
Una cosa è dimostrare l’appartenenza delle diverse articolazioni a un sistema criminale comune; altra cosa è dimostrare che le imprese, i capitali e gli interessi economici facenti capo a gruppi differenti siano amministrati secondo una direzione economica unitaria. Il secondo passaggio richiede elementi ulteriori.
La singola cosca può infatti sviluppare una propria rete economica, utilizzare più società, operare attraverso imprenditori, prestanome, professionisti e intermediari e diversificare i propri interessi in differenti settori. In questo caso la vera unità economica non sarebbe necessariamente la singola società commerciale, ma la cosca che utilizza una pluralità di imprese come strumenti della propria attività.
Si può pertanto avere una direzione economica unitaria all’interno della singola articolazione criminale senza che ciò dimostri l’esistenza di una direzione economica unitaria dell’intera ’ndrangheta. Più aziende possono essere riconducibili a una stessa cosca; più cosche possono appartenere alla medesima organizzazione criminale; ma da queste due circostanze non deriva logicamente che tutte le aziende delle diverse cosche appartengano a una sola holding.
34.2Un sistema unitario ma non necessariamente una holding
Il modello che emerge dall’argomentazione è quindi più articolato. La ’ndrangheta può essere rappresentata come un sistema nel quale coesistono unitarietà e pluralità: unitarietà delle regole fondamentali e dell’appartenenza criminale; pluralità delle articolazioni territoriali, degli interessi e delle reti imprenditoriali.
In questa prospettiva, anche l’esistenza di organismi sovralocali o di sedi di coordinamento non comporta necessariamente che questi esercitino la direzione quotidiana delle attività economiche delle singole cosche. Il coordinamento può riguardare gli equilibri interni, la composizione dei conflitti o interessi comuni, lasciando alle articolazioni territoriali una propria autonomia operativa ed economica.
La differenza rispetto alla nozione di holding è sostanziale. Una holding presuppone, in senso proprio, un centro capace di esercitare una direzione o un controllo sulle diverse realtà che ne fanno parte. Trasferire questa immagine alla ’ndrangheta significa formulare un’affermazione ulteriore rispetto alla semplice unitarietà associativa e richiede, pertanto, una specifica dimostrazione.
La posizione può essere sintetizzata affermando che la ’ndrangheta può essere unitaria come ordinamento criminale e, contemporaneamente, plurale nelle proprie articolazioni economiche. Le singole cosche possono costituire centri autonomi di gestione di reti imprenditoriali e, in determinate circostanze, coordinarsi o convergere su interessi comuni. Ma coordinamento, convergenza e appartenenza alla stessa organizzazione non equivalgono automaticamente all’esistenza di un’unica azienda criminale.
È dunque opportuno mantenere distinti i due livelli sui quali si sviluppa il ragionamento. Il dichiarato di Romeo riconosce l’unitarietà organizzativa, rituale e valoriale della ’ndrangheta, ma nega che da essa possa essere automaticamente desunta l’unitarietà delle aziende criminali.
La formula che meglio esprime questa distinzione è quindi: unitarietà dell’organizzazione non significa necessariamente unitarietà dell’impresa criminale. È possibile concepire una ’ndrangheta unitaria nelle regole e nelle strutture fondamentali, ma composta da una pluralità di centri criminali territoriali che amministrano autonomamente i propri interessi economici e che soltanto in presenza di specifiche evidenze possono essere considerati parti di una strategia economica comune.
La società e la cultura ’ndranghetista
Nel corso del confronto, Paolo Romeo ha affrontato il rapporto tra criminalità organizzata e cultura sociale, sostenendo che le due dimensioni non possano essere considerate completamente separate. A suo giudizio, la diffusione dell’illegalità e di comportamenti contrari alle regole della convivenza civile contribuisce a creare un ambiente nel quale anche i metodi della criminalità organizzata possono trovare forme di tolleranza e di adattamento.
Romeo non identifica la società reggina con la ’ndrangheta, né sostiene che ogni comportamento illegale sia riconducibile alla criminalità organizzata. La sua riflessione riguarda piuttosto l’esistenza di una cultura diffusa nella quale il rispetto delle regole può essere subordinato alla convenienza personale, al rapporto di favore o alla ricerca di una protezione individuale. È su questo terreno che, secondo lui, occorre intervenire per costruire le condizioni di uno sviluppo sociale e civile più solido.
Un ruolo centrale viene attribuito alla scuola e all’educazione. Romeo ritiene necessario promuovere fin dalle prime fasi della formazione una cultura della legalità capace di contrastare i modelli di comportamento fondati sulla sopraffazione, sull’illegalità e sul disprezzo delle regole. L’obiettivo non è soltanto trasmettere conoscenze giuridiche, ma formare cittadini consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri, capaci di riconoscere il valore delle istituzioni e della responsabilità individuale.
La critica si estende alla società assistita e clientelare. Romeo individua nel rapporto di dipendenza dal favore e dalla raccomandazione uno dei fattori che ostacolano la maturazione di una piena cittadinanza. Quando il cittadino non conosce o non esercita il proprio diritto, ma si abitua a chiedere l’intervento personale di un intermediario, il rapporto con le istituzioni rischia di trasformarsi da relazione fondata su regole generali a relazione di dipendenza. In questo modo, il diritto può essere percepito come una concessione e non come una posizione riconosciuta a tutti.
Tale meccanismo assume rilievo anche rispetto al potere criminale. La ’ndrangheta può utilizzare rapporti di favore, intermediazione e dipendenza, aggiungendovi la capacità di intimidazione e l’uso della violenza. La somiglianza di alcuni metodi non significa che clientelismo e criminalità organizzata siano fenomeni equivalenti, ma consente di comprendere come una cultura poco abituata all’esercizio autonomo dei diritti possa risultare più vulnerabile a forme di condizionamento.
Romeo richiama inoltre la necessità di superare una concezione puramente dichiarativa della legalità. A questo proposito racconta l’episodio, riferitogli da un amico professore, di un professionista che assumeva pubblicamente atteggiamenti di particolare rigore morale, ma che, secondo il racconto, si allontanava anticipatamente dal proprio posto di lavoro dopo aver registrato la presenza. L’aneddoto viene utilizzato per evidenziare la contraddizione tra la condanna pubblica dell’illegalità e la tolleranza verso le proprie violazioni quotidiane.
Il principio che ne deriva è quello della coerenza personale. Il rispetto delle regole non può essere richiesto soltanto agli altri, ma deve essere assunto come criterio del proprio comportamento. La cittadinanza attiva, richiamata nel precedente intervento, presuppone quindi non soltanto la partecipazione alle decisioni collettive, ma anche la disponibilità di ciascuno a esercitare responsabilmente i propri diritti e ad adempiere ai propri doveri.
In questa prospettiva, la trasformazione culturale rappresenta una condizione preliminare per il rafforzamento della società civile. Una comunità nella quale prevalgono il diritto sul favore, la responsabilità sulla dipendenza e la coerenza personale sulla semplice proclamazione morale dispone di maggiori strumenti per riconoscere e contrastare i comportamenti criminali.
La riflessione di Romeo si collega così alla sua più ampia proposta di contrasto alla ’ndrangheta. L’azione repressiva rimane indispensabile, ma non è sufficiente a modificare le condizioni sociali che possono favorire la riproduzione del potere criminale. Occorre intervenire anche sulla cultura della legalità, sulla conoscenza dei diritti, sulla qualità dei rapporti con le istituzioni e sulla responsabilità quotidiana dei cittadini.
Il punto conclusivo è che la criminalità organizzata non si contrasta soltanto opponendosi ai suoi atti, ma anche riducendo gli spazi culturali e sociali nei quali i suoi metodi possono essere tollerati o considerati normali. La costruzione di una società più libera dal clientelismo e dalla dipendenza costituisce, nella visione di Romeo, un presupposto essenziale per uno sviluppo civile ed economico capace di sottrarre progressivamente terreno al potere criminale.
La “massoneria deviata”: tra rappresentazione, indagini e potere relazionale
Nel corso del confronto, un intervento del pubblico ha sollevato una questione terminologica e concettuale relativa all’espressione “massoneria deviata”, frequentemente utilizzata nel linguaggio giornalistico. Secondo l’intervenuto, tale definizione rischia di alimentare una rappresentazione indistinta della massoneria come organizzazione fondata su segretezza, cappucci e tavoli occulti, trascurandone i principi dichiarati di fratellanza, filantropia e impegno sociale. Le associazioni che utilizzano forme, simboli o modalità massoniche per perseguire finalità illecite, nella sua prospettiva, non dovrebbero essere automaticamente identificate con la massoneria in quanto tale.
L’intervento ha inoltre richiamato la possibilità che convergenze di interessi e opportunità economiche producano l’apparenza di un sistema unitario, senza che esista necessariamente un unico centro di direzione. Claudio Cordova ha manifestato una diversa sensibilità rispetto alla massoneria ufficiale, soffermandosi in particolare sul rapporto tra segretezza e riservatezza, distinzione che ritiene meritevole di maggiore chiarezza. La questione si inserisce in un dibattito più ampio, sviluppatosi soprattutto a partire dagli anni Novanta, sui rapporti tra massoneria, criminalità organizzata, politica e affari. Dopo lo scandalo della P2 e l’approvazione della legge Anselmi, alcune ipotesi investigative hanno utilizzato lo schema dell’associazione segreta capace di interferire con le istituzioni per interpretare possibili relazioni tra logge, ambienti politici, imprenditoriali e criminali. In questo contesto si è diffusa l’espressione “massoneria deviata”, impiegata per descrivere fenomeni di contaminazione o di utilizzo improprio delle strutture associative.
Un riferimento significativo è rappresentato dall’inchiesta “Mani Segrete”, avviata nell’ottobre 1992 dal procuratore di Palmi Agostino Cordova. L’indagine mirava a verificare l’esistenza di rapporti stabili tra organizzazioni mafiose, ambienti massonici e poteri istituzionali, raccogliendo un’ampia documentazione e coinvolgendo soggetti appartenenti a differenti ambiti sociali e professionali. Tra gli atti più rilevanti vi fu il sequestro dell’archivio elettronico del Grande Oriente d’Italia. Il procedimento venne successivamente trasferito a Roma e si concluse, per le posizioni indicate nel materiale di riferimento, con un provvedimento di archiviazione del 3 luglio 2000.
Le fonti richiamate nell’ambito di quelle indagini richiedono, tuttavia, una distinzione tra dichiarazioni, sospetti e riscontri. Il materiale riporta, ad esempio, le affermazioni di Giuliano Di Bernardo relative a presunte infiltrazioni mafiose nelle logge calabresi, fondate su confidenze attribuite a Francesco Loizzo. La stessa ricostruzione evidenzia che si trattava di conoscenze indirette, prive di riscontri oggettivi indicati nel testo, e che Loizzo avrebbe successivamente negato di aver riferito quelle circostanze.
La relazione della Commissione parlamentare antimafia approvata il 21 dicembre 2017 viene richiamata come ulteriore elemento di confronto. Secondo i dati riportati nella piattaforma, su circa 19.000 iscritti alle quattro obbedienze considerate in Sicilia e Calabria, 193 presentavano evidenze giudiziarie per fatti di mafia e sei avevano riportato condanne definitive per il delitto di associazione mafiosa. Tali dati non consentono di identificare indiscriminatamente la massoneria con la criminalità organizzata, ma non escludono, da soli, l’esistenza di specifici fenomeni di infiltrazione o di relazioni illecite, che devono essere accertati nei singoli casi.
Il problema metodologico consiste dunque nel distinguere la massoneria come istituzione associativa, l’eventuale condotta illecita di singoli iscritti e l’esistenza di gruppi o comitati d’affari che possono utilizzare simboli, appartenenze o modalità riservate per perseguire interessi particolari. La presenza di un massone in una rete di relazioni non rende automaticamente massonica l’intera rete, così come la riservatezza di un accordo non dimostra, di per sé, l’esistenza di un’associazione segreta o criminale.
E’ opportuno, a questo proposito, proporre una lettura relazionale del fenomeno. Un imprenditore appartenente a un’organizzazione mafiosa può operare anche nell’economia legale e instaurare rapporti con professionisti, amministratori e altri soggetti influenti. Tali relazioni possono produrre convergenze di interessi, forme di intermediazione e capacità di influenza, senza che sia necessariamente dimostrata l’esistenza di una struttura sovraordinata unica. La qualificazione giuridica di questi rapporti richiede però l’accertamento degli elementi costitutivi delle specifiche fattispecie di reato. Un comitato d’affari, un’associazione segreta e un’associazione mafiosa non sono categorie intercambiabili: la loro eventuale configurabilità dipende dalle condotte, dalle finalità, dall’organizzazione e dagli ulteriori requisiti previsti dalla legge. La complessità sociologica delle relazioni non può sostituire la prova giudiziaria, ma neppure la qualificazione penale esaurisce necessariamente la comprensione di tutti gli effetti sociali prodotti da quelle relazioni.
Ne deriva una distinzione essenziale tra l’analisi giudiziaria, che deve individuare fatti, responsabilità e fattispecie applicabili, e l’analisi storico-sociologica, che può ricostruire l’evoluzione dei rapporti, le convergenze di interessi e le trasformazioni del potere nel tempo. Le due prospettive sono complementari, purché non vengano confuse.
Il richiamo alla “massoneria deviata” diventa così occasione per una riflessione più generale sul linguaggio e sui modelli interpretativi utilizzati per descrivere il potere. Evitare rappresentazioni indistinte non significa negare le infiltrazioni o le collusioni, ma richiede di distinguere tra appartenenza associativa, responsabilità individuale, reti di influenza e organizzazioni criminali. Solo attraverso questa distinzione è possibile comprendere i fenomeni senza trasformare ogni relazione riservata nella prova di un unico sistema occulto, né sottovalutare i casi nei quali relazioni concrete si traducano effettivamente in condizionamento illecito.
Dal sistema inquisitorio al sistema accusatorio: il problema del rapporto tra prevenzione e repressione
Il passaggio dal precedente modello processuale al sistema tendenzialmente accusatorio introdotto con il codice di procedura penale del 1988, entrato in vigore nel 1989, non ha modificato soltanto le regole di formazione della prova. Ha inciso, più profondamente, sul modo nel quale lo Stato acquisisce, organizza e utilizza la conoscenza dei fenomeni criminali.
Nel nuovo modello la distinzione tra fase investigativa e fase processuale diventa molto più netta. La prova destinata alla decisione deve formarsi, di regola, nel contraddittorio tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo, mentre le indagini preliminari sono affidate al pubblico ministero e alla polizia giudiziaria con la funzione di acquisire gli elementi necessari per decidere sull'esercizio dell'azione penale e sostenere successivamente l'accusa. Il nuovo sistema rafforza quindi la distinzione tra prevenzione del reato, individuazione degli autori, acquisizione degli elementi investigativi, formazione della prova, applicazione delle misure cautelari e applicazione delle misure di prevenzione.
Questa trasformazione rappresenta una fondamentale evoluzione garantista. Essa determina però, soprattutto nelle indagini relative alla criminalità organizzata, una conseguenza ulteriore: la conoscenza investigativa e la prova processuale non coincidono più necessariamente.
Gli investigatori possono acquisire progressivamente una conoscenza molto ampia di un'organizzazione, dei suoi rapporti economici, delle imprese utilizzate, dei patrimoni, degli amministratori coinvolti e delle relazioni con professionisti e intermediari, senza che tale patrimonio conoscitivo abbia ancora raggiunto il livello necessario per sostenere un'accusa o ottenere una misura cautelare.
Ne deriva una tendenza comprensibile ad ampliare e prolungare le indagini. Non interessa più soltanto accertare il singolo reato o colpire il suo esecutore immediato. Occorre ricostruire l'intera rete, individuare i livelli superiori, seguire i flussi finanziari, comprendere le intestazioni patrimoniali, ricostruire le società e dimostrare relazioni capaci di resistere al successivo contraddittorio processuale.
Si determina così una tensione tra due finalità entrambe appartenenti allo Stato: da un lato, raccogliere prove sufficienti per individuare e condannare i responsabili e disarticolare l'intero sistema criminale; dall'altro, impedire che i reati già conosciuti continuino nel frattempo a produrre conseguenze.
Il sistema accusatorio, tuttavia, non impone affatto di sacrificare la seconda funzione alla prima. La polizia giudiziaria conserva, ai sensi dell'articolo 55 c.p.p., anche il compito di impedire che i reati vengano portati a conseguenze ulteriori. Inoltre l'ordinamento dispone di strumenti cautelari, preventivi e amministrativi utilizzabili prima della sentenza definitiva: sequestri preventivi, misure di prevenzione personali e patrimoniali, amministrazione e controllo giudiziario delle imprese, interdittive antimafia e altri strumenti destinati a neutralizzare situazioni di pericolosità.
Il problema, dunque, non risiede tanto nel modello accusatorio in sé, quanto nel modo in cui, successivamente alla sua introduzione, si sono progressivamente differenziate e specializzate le diverse funzioni dello Stato.
Separazione delle conoscenze e minimizzazione del danno
38.1Dalla separazione delle funzioni alla separazione delle conoscenze
Repressione e prevenzione perseguono finalità differenti.
L'indagine penale è orientata principalmente all'accertamento delle responsabilità individuali. Pubblico ministero e polizia giudiziaria ricercano elementi suscettibili di diventare prova e di sostenere l'esercizio dell'azione penale.
La prevenzione risponde invece a una logica diversa. Non è necessariamente diretta ad accertare una responsabilità per un fatto già commesso. Mira a neutralizzare una situazione di pericolosità, impedire il consolidamento di patrimoni illeciti, proteggere l'economia e le amministrazioni dall'infiltrazione criminale e interrompere gli effetti prodotti da determinate condotte.
La distinzione tra le due funzioni è quindi necessaria e costituisce una garanzia. Il problema emerge quando dalla separazione delle funzioni si passa, di fatto, alla separazione delle conoscenze.
Può verificarsi che pubblico ministero e polizia giudiziaria conoscano progressivamente una situazione criminale attraverso intercettazioni, pedinamenti, analisi patrimoniali e ricostruzioni societarie, mentre le autorità titolari delle funzioni preventive non dispongono delle stesse informazioni. Oppure può accadere che tali informazioni non siano trasmesse perché si teme che un'interdittiva, un controllo amministrativo, un sequestro o un'altra iniziativa preventiva possano rendere visibile un'indagine ancora segreta.
Il risultato è paradossale: un'articolazione dello Stato conosce ma non può o non ritiene opportuno intervenire; un'altra avrebbe strumenti per intervenire ma non conosce; nel frattempo l'attività criminale continua e il danno viene documentato senza essere necessariamente interrotto.
L'autonomia, che dovrebbe garantire la distinzione tra procedimento penale e procedimento di prevenzione, rischia così di trasformarsi in isolamento organizzativo.
Il punto decisivo non è perciò abolire tale autonomia. Sarebbe pericoloso utilizzare automaticamente nel circuito preventivo ogni sospetto maturato nell'indagine penale. Un'informazione investigativa non può diventare, per il solo fatto di esistere, prova di responsabilità o presupposto automatico per una misura limitativa.
Occorre invece distinguere chiaramente tre momenti: acquisizione dell'informazione, valutazione preventiva e decisione. La conoscenza può essere comune; le valutazioni e le decisioni devono restare autonome secondo i differenti presupposti previsti dalla legge.
La formula può essere sintetizzata in tre principi: unitarietà della conoscenza, autonomia delle funzioni e tempestività della prevenzione. La separazione delle competenze rimane una garanzia; ciò che deve essere superato è la separazione delle conoscenze.
38.2Il tempo dell'indagine e il tempo del danno
Il problema diventa particolarmente evidente nelle indagini di lunga durata.
L'indagine penale segue necessariamente il tempo della prova. Può essere necessario attendere per comprendere chi siano i veri dirigenti di un'organizzazione, quali imprese controllino, dove confluiscano i profitti, quali amministratori o professionisti garantiscano protezione e quali soggetti formalmente estranei costituiscano invece parti della rete criminale.
La società, tuttavia, segue un altro tempo.
Mentre l'indagine prosegue, le imprese continuano a operare, i patrimoni vengono trasformati, le relazioni economiche si consolidano, le amministrazioni continuano ad avere rapporti con determinati operatori e le posizioni di influenza sociale possono rafforzarsi.
La questione non è quindi semplicemente quanto dura un'indagine. Un'indagine lunga può essere pienamente giustificata quando un intervento prematuro colpirebbe soltanto gli esecutori lasciando intatti i vertici, impedirebbe di ricostruire i patrimoni o renderebbe impossibile dimostrare rapporti più complessi con politica, economia e professioni.
Ciò che deve essere valutato è il rapporto tra il vantaggio investigativo derivante dall'attesa e il danno che quella stessa attesa permette di continuare a produrre. Non ogni indagine prolungata è criminogena; il rischio nasce quando manca una valutazione periodica di questo rapporto.
Il meccanismo può diventare patologico quando la prosecuzione dell'attività criminale finisce per essere funzionale alla produzione di ulteriore materiale investigativo. Si individua una condotta illegale, si rinvia l'intervento per individuare altri soggetti, la rete nel frattempo si amplia, vengono commessi nuovi reati, questi diventano nuovi elementi investigativi e l'aumento del materiale raccolto giustifica un ulteriore prolungamento dell'indagine.
In tale situazione il successo investigativo rischia di essere misurato attraverso la quantità dei reati documentati, mentre la logica preventiva avrebbe dovuto misurarlo anche attraverso la quantità e la gravità dei danni impediti.
38.3I danni sociali della mancata comunicazione
È proprio nel tempo che separa la conoscenza del fenomeno dall'intervento dello Stato che si producono i danni più rilevanti.
Il primo è il danno criminale diretto. Durante una lunga osservazione possono continuare estorsioni, intimidazioni, frodi, corruzioni, violenze e sottrazioni di denaro pubblico. Il procedimento registra questi fatti, ma le vittime continuano a subirli.
Vi è poi un danno economico. Un'impresa controllata o favorita dalla criminalità continua a operare in condizioni di vantaggio illegale. Può acquisire nuovi contratti, eliminare concorrenti, aumentare il proprio capitale e consolidare posizioni di mercato. Quando anni dopo interviene il sequestro o la condanna, l'impresa concorrente espulsa dal mercato potrebbe non esistere più e la struttura della concorrenza potrebbe essere stata definitivamente modificata.
Vi è quindi un danno patrimoniale. Il tempo consente di trasferire beni, utilizzare prestanome, modificare compagini societarie, reinvestire profitti e rendere più difficile la successiva ricostruzione delle disponibilità economiche.
Particolarmente grave è il danno amministrativo e istituzionale. Un'amministrazione condizionata può continuare per anni ad adottare atti destinati a sopravvivere al procedimento penale: affidamenti, concessioni, assunzioni, nomine, varianti urbanistiche, alienazioni patrimoniali, obbligazioni finanziarie. L'arresto o la condanna successiva delle persone coinvolte non cancella automaticamente gli effetti prodotti da quegli atti.
A questo si aggiunge il danno politico. Un'organizzazione che mantiene per lungo tempo capacità di condizionamento può incidere sulla formazione delle maggioranze, sulle elezioni e sulla selezione della classe dirigente. Il potere accumulato durante gli anni dell'indagine può quindi sopravvivere alle persone successivamente sottoposte a processo.
Esiste poi un danno sociale e culturale, meno immediatamente misurabile ma potenzialmente più profondo. La popolazione osserva il potere criminale continuare a operare, distribuire opportunità, entrare in relazione con amministrazioni e imprese e condizionare la vita economica. Si consolida la rappresentazione della criminalità come potere stabile e dello Stato come soggetto capace di intervenire soltanto molti anni dopo.
La repressione tardiva può così ottenere una vittoria processuale quando una parte del danno sociale è ormai divenuta irreversibile.
Vi è inoltre il danno alle vittime. Una persona sottoposta per anni a estorsione, intimidazione o condizionamento può progressivamente modificare la propria posizione. La vittima può adattarsi, accettare il sistema, ottenere vantaggi dalla relazione criminale e trasformarsi, nel tempo, da soggetto costretto a soggetto stabilmente inserito nel circuito. Anche la mancata protezione tempestiva contribuisce quindi alla trasformazione delle relazioni sociali.
Infine esiste un danno derivante dallo stesso intervento repressivo tardivo. Una grande operazione che, dopo anni, colpisca contemporaneamente molte imprese, amministrazioni o attività economiche può produrre perdita di posti di lavoro, fallimenti, interruzione di servizi e crisi di operatori formalmente sani ma ormai dipendenti dal sistema criminale. La mancata prevenzione precedente rende quindi più traumatico anche il successivo ripristino della legalità.
Tutto ciò spiega perché una valutazione dell'efficacia dello Stato fondata esclusivamente sul numero degli arresti, degli imputati, delle condanne o dei patrimoni sequestrati sia insufficiente. Restano fuori da questa misurazione i reati non impediti, le imprese sane espulse dal mercato, le amministrazioni condizionate, le risorse pubbliche disperse, le vittime rimaste sotto intimidazione e il consenso accumulato nel frattempo dall'organizzazione criminale.
38.4Dalla centralità della condanna alla minimizzazione del danno
Il nodo comune ai tre documenti consiste quindi nella necessità di superare una concezione nella quale il risultato finale dell'azione dello Stato coincida quasi esclusivamente con la condanna.
La condanna rimane naturalmente essenziale. Non può però diventare l'unico parametro attraverso il quale valutare l'efficacia del contrasto alla criminalità organizzata.
Accanto alla domanda «chi ha commesso il reato e quali prove consentono di dimostrarlo?» deve essere formulata contemporaneamente un'altra domanda: «quali danni sta producendo il fenomeno che stiamo osservando e quali di essi possono essere impediti senza compromettere l'accertamento?».
La ricerca della prova deve quindi convivere con una valutazione del danno sociale in corso.
Ciò richiede una comunicazione selettiva tra funzione repressiva e funzione preventiva. Non significa trasmettere indiscriminatamente il fascicolo penale alla Prefettura, al Questore o agli altri soggetti competenti. Significa valutare periodicamente se alcune conoscenze già acquisite possano assumere, secondo differenti standard e presupposti, una rilevanza autonoma per le misure personali, patrimoniali, amministrative o interdittive.
Uno stesso elemento può infatti non essere ancora sufficiente per sostenere un'accusa penale e, nello stesso tempo, concorrere con altri elementi a una valutazione preventiva. Il procedimento penale continuerà a ricercare la prova del reato; il procedimento di prevenzione accerterà autonomamente i propri presupposti; l'autorità amministrativa valuterà autonomamente il rischio di infiltrazione. Ciò che deve cambiare è la circolazione istituzionale della conoscenza.
Occorre dunque passare dalla cooperazione occasionale alla verifica sistematica, dalla trasmissione informale alla circolazione tracciabile delle informazioni, dalla prevenzione valutata soltanto al termine dell'indagine alla prevenzione considerata anche durante l'indagine e dalla centralità esclusiva della prova alla contemporanea valutazione del danno sociale.
Il passaggio dal sistema precedente al modello accusatorio ha determinato una maggiore distinzione tra conoscenza investigativa e prova processuale e ha rafforzato l'autonomia delle diverse funzioni dello Stato. Tale autonomia costituisce una garanzia e non deve essere eliminata.
Il problema nasce quando autonomia significa incomunicabilità.
In materia di criminalità organizzata lo Stato può arrivare a conoscere progressivamente molto prima di essere in grado di dimostrare processualmente. Se questa conoscenza rimane confinata nel procedimento penale per anni, mentre gli strumenti preventivi restano inutilizzati perché le autorità competenti non dispongono delle informazioni necessarie, si crea una frattura tra tempo della giustizia e tempo della società.
Nel primo si prepara la prova destinata alla futura sentenza. Nel secondo continuano a prodursi vittime, patrimoni criminali, alterazioni del mercato, condizionamenti amministrativi, consenso politico e assuefazione sociale.
Il rischio estremo è quello di una giustizia processualmente efficace ma socialmente tardiva: capace di ricostruire perfettamente, anni dopo, come un sistema criminale abbia operato, senza essere stata altrettanto capace di impedirgli di produrre nel frattempo i suoi effetti. I documenti individuano proprio qui il possibile carattere criminogeno di un sistema nel quale la produzione della prova diventi un valore assoluto e il danno in corso venga considerato soltanto come ulteriore materiale investigativo.
Il riequilibrio non richiede quindi di scegliere tra prevenzione e repressione né di confondere i relativi procedimenti. Richiede di attribuire alla conoscenza acquisita dallo Stato una dimensione unitaria, consentendo poi a ciascuna autorità di valutarla secondo le proprie competenze, i propri standard e le proprie garanzie.
La separazione delle competenze deve rimanere. La separazione delle conoscenze, invece, deve essere superata.
Da questa prospettiva deriva anche un diverso criterio di valutazione dell'efficacia dell'azione pubblica. Non soltanto quanti responsabili sono stati arrestati o condannati, ma quante vittime sono state protette; non soltanto quanti patrimoni sono stati confiscati, ma quanti è stato impedito che si formassero o si disperdessero; non soltanto quanti sistemi criminali sono stati ricostruiti giudiziariamente, ma quanto potere economico, politico e sociale è stato impedito loro di accumulare.
La condanna resta dunque un obiettivo essenziale, ma non esclusivo. Il compito dello Stato non consiste soltanto nel punire il reato già commesso, ma anche nel impedire che il fenomeno criminale conosciuto continui, durante il tempo necessario per provarlo, a trasformarsi in potere sociale.
Intervista
Domanda
Lei, con il suo passato politico, si è riconosciuto in qualche personaggio del libro?
Risposta
Sicuramente no. E non per una presa di distanza personale dai personaggi del romanzo, ma per una ragione che riguarda direttamente il modo in cui l’opera è costruita.
Il libro, infatti, non lavora prevalentemente su personaggi nel senso tradizionale del romanzo psicologico, cioè su figure che si sviluppano lungo una trama lineare, modificandosi progressivamente attraverso conflitti interiori, scelte e trasformazioni. Lavora piuttosto su figure-tipo, su personaggi che assumono una funzione esemplare all’interno della rappresentazione del sistema di potere: il boss, il politico colluso o disponibile alla mediazione, l’imprenditore opportunista, il magistrato eroico, il professionista, il traditore, il mediatore.
In questo senso, archetipi e stereotipi non sono semplici espedienti narrativi. Sono parte del meccanismo attraverso il quale il romanzo trasforma una materia proveniente dalla cronaca, dalle indagini e dai processi in una rappresentazione più generale del potere.
Lo stereotipo svolge innanzitutto una funzione di semplificazione. Riduce la complessità del reale a figure immediatamente riconoscibili. Il lettore non è chiamato necessariamente a interrogarsi sulla biografia irripetibile di quel personaggio, ma sul ruolo che esso incarna. Il politico non è soltanto quel politico; diventa il tipo del rapporto tra politica e potere criminale. L’imprenditore non è soltanto quell’imprenditore; rappresenta una determinata modalità di relazione tra economia legale e interessi illegali. Il boss, analogamente, tende a incarnare il potere fondato sulla forza, sulla reputazione e sulla capacità di mediazione.
L’archetipo compie però un passaggio ulteriore.
Mentre lo stereotipo semplifica, l’archetipo tende a universalizzare. Il personaggio perde progressivamente una parte della propria individualità storica e viene trasformato in una figura capace di rappresentare una dinamica più generale: il potere, la fedeltà, il tradimento, l’ambizione, la paura, la successione, la subordinazione.
È precisamente attraverso questa operazione che il testo può passare dalla cronaca giudiziaria all’interpretazione sociologica.
L’imputato, nella cronaca, è una persona determinata, con un nome, un cognome, una condotta contestata e una posizione processuale precisa. Nel romanzo può invece diventare una figura tipologica. Parallelamente, anche il fatto penalmente qualificato tende a perdere la propria esclusiva dimensione tecnico-giuridica per assumere un significato simbolico più ampio: l’estorsione diventa il paradigma del controllo territoriale; la corruzione quello della contaminazione tra poteri legittimi e illegittimi; il riciclaggio quello dell’ingresso del capitale criminale nell’economia legale; l’associazione quello della costruzione reticolare del potere.
Questa è una trasformazione narrativa molto significativa, ma contiene anche un rischio.
Quando la figura-tipo è troppo rigida, il personaggio diventa uno stereotipo piatto, costruito soltanto per confermare la tesi dell’autore. Il politico deve necessariamente essere il politico disponibile al compromesso, il magistrato il magistrato eroico o il magistrato appartenente a un sistema, l’imprenditore l’opportunista, il criminale il dominatore.
Quando invece l’autore riesce a dare a queste figure contraddizioni, profondità, ambivalenza e una dimensione umana che eccede la funzione che esse svolgono nella tesi generale, la figura-tipo può elevarsi ad archetipo letterario.
Ed è qui che si misura, a mio avviso, anche una parte del valore estetico dell’opera.
Il problema non è che il romanzo utilizzi archetipi. Tutta la letteratura, in forme diverse, lo fa. Il problema è capire se quei personaggi riescano a vivere oltre la funzione sociologica che sono chiamati a rappresentare. Se il collage investigativo genera figure vive, riconoscibili e insieme universali, allora la trasformazione letteraria è riuscita. Se invece il personaggio rimane soltanto la dimostrazione di una tesi, prevale lo stereotipo.
È anche per questo che non mi sono riconosciuto in nessuno dei personaggi del libro.
Se dovessi individuare un archetipo nel quale riconoscermi, sceglierei Prometeo.
Prometeo non è l’archetipo del potere che si adatta al sistema, né quello della mediazione con il potere dominante. È, al contrario, la figura di chi entra in conflitto con l’ordine costituito, sottrae il fuoco agli dèi e lo consegna agli uomini, accettando il prezzo della propria disobbedienza. È l’archetipo della conoscenza sottratta al monopolio del potere, della sfida all’autorità, della responsabilità individuale di fronte a un ordine ritenuto ingiusto.
Ed è proprio questa figura che, per quanto mi riguarda, non ritrovo nel repertorio tipologico del romanzo.
Nel libro riconosco archetipi del comando, della subordinazione, della collusione, dell’ambizione, della fedeltà, del tradimento, dell’intermediazione e della resistenza istituzionale. Ma non riconosco pienamente l’archetipo prometeico: la figura di chi non cerca di conquistare uno spazio dentro il sistema di potere, ma mette in discussione il sistema stesso in nome di un principio che ritiene superiore.
Per questo la mia risposta è no.
Non mi sono riconosciuto in un personaggio perché, in fondo, il romanzo non mi sembra chiedere al lettore di cercare necessariamente se stesso nelle biografie dei personaggi. Gli chiede piuttosto di riconoscere tipi, ruoli e meccanismi di potere.
E se devo scegliere il paradigma attraverso cui leggere la mia esperienza politica, non lo individuerei tra quelli presenti nel libro. Lo individuerei altrove, nella figura di Prometeo: non come autorappresentazione eroica, ma come riferimento simbolico a un modo di intendere il rapporto con il potere - non integrarsi necessariamente nella sua logica, ma conservarsi libero di contestarla.
Domanda
Perché individuerebbe nella figura di Prometeo il suo vissuto?
Risposta
Il mio riferimento è Prometeo.
Non lo dico, naturalmente, per attribuirmi una dimensione eroica. Utilizzo Prometeo esattamente nello stesso senso nel quale stiamo utilizzando gli archetipi per interpretare i personaggi del romanzo: come modello simbolico di un determinato comportamento nei confronti del potere.
Prometeo è l'archetipo di colui che entra consapevolmente in conflitto con un'autorità che considera ingiusta. Non è estraneo al potere: conosce Zeus, lo ha persino aiutato. Ma proprio perché conosce dall'interno la logica del potere, a un certo punto se ne distacca e ne diventa coscienza critica. Nella tragedia, alla logica dell'adattamento e del compromesso rappresentata da Oceano, Prometeo oppone la scelta della resistenza, preferendo sopportarne le conseguenze piuttosto che rinunciare alla propria autonomia.
È questa dimensione dell'archetipo prometeico che sento maggiormente vicina al mio percorso.
Il mio impegno sociale, civile e politico è stato caratterizzato dalla volontà di assumere una funzione di coscienza critica nei confronti dei sistemi di potere. Ho fatto politica, ho partecipato alla vita pubblica, ho conosciuto istituzioni, partiti, amministrazioni e uomini che esercitavano responsabilità pubbliche; ma non mi sono mai percepito come un soggetto organicamente integrato in un sistema politico-amministrativo dal quale far dipendere la mia libertà di giudizio.
Questa distinzione, per me, è fondamentale.
Essere parte della vita politica non significa necessariamente essere parte di un sistema di potere. Si può partecipare alla politica cercando di acquisire una posizione all'interno dell'ordine esistente; oppure si può intendere la politica come esercizio permanente di critica, proposta e, quando necessario, opposizione a quell'ordine.
È in questa seconda concezione che colloco la mia esperienza.
E la coscienza critica, quando è autentica, non è una posizione priva di costo. Diventa tale precisamente quando si manifesta anche nel momento in cui sarebbe personalmente più conveniente tacere, adattarsi o accettare il compromesso.
Prometeo, da questo punto di vista, è una figura straordinariamente moderna. Il suo conflitto con Zeus mette di fronte due differenti forme di potere: da una parte il potere politico e coercitivo, dall'altra il potere della conoscenza. Zeus possiede la forza; Prometeo conserva un sapere che il sovrano non può ottenere con la coercizione.
Questa è la parte del mito che mi interessa.
La coscienza critica non dispone necessariamente della forza di chi governa. Non controlla le istituzioni, non dispone degli apparati, spesso non possiede neppure la capacità immediata di modificare gli eventi. Possiede però qualcosa che il potere non dovrebbe mai riuscire a confiscare: l'autonomia del giudizio.
E questa autonomia ha un prezzo.
Nel mio percorso, determinate prese di posizione e la scelta di contrastare quello che ritenevo un sistema politico illegale dominante hanno prodotto conseguenze che ho pagato anche sul piano personale, umano e giudiziario. Non richiamo queste vicende per costruire retrospettivamente un'autobiografia vittimistica, né tantomeno per sovrapporre una vicenda personale alla grandezza del mito. Le richiamo perché spiegano perché quell'archetipo, per me, possiede un significato concreto.
Prometeo conosce le conseguenze della propria scelta e non arretra. La sua sofferenza non deriva dall'inconsapevolezza: nasce precisamente dalla decisione di affrontare una pena della quale conosce il costo. Nel mito e nella tragedia la sua grandezza coincide anche con la sua ostinazione: la qualità che lo rende eccezionale è contemporaneamente quella che determina la sua rovina.
È un aspetto nel quale, con tutte le necessarie proporzioni, riconosco qualcosa del mio carattere.
Se oggi mi chiedessero se, sapendo quello che sarebbe accaduto, rifarei esattamente le stesse cose, la mia risposta sarebbe sì.
Probabilmente le farei con maggiore esperienza. Forse eviterei qualche errore. Ma non cambierei la scelta fondamentale. Perché cambiare quella scelta significherebbe accettare retrospettivamente che la convenienza personale avrebbe dovuto prevalere sulla libertà della propria coscienza.
E allora la metafora di Prometeo assume per me un significato ancora più personale.
Prometeo viene incatenato. Subisce una pena che si rinnova: l'aquila gli divora il fegato e il fegato ricresce, facendo del supplizio non un singolo momento di sofferenza ma una condizione che continuamente si riproduce. E tuttavia il mito non termina sulla rupe del Caucaso. Prometeo viene infine liberato da Eracle, che uccide l'aquila e interrompe il supplizio.
È questa seconda parte del mito che oggi sento particolarmente significativa.
Per molto tempo, quando si attraversano determinate vicende, si ha la percezione che il presente coincida con l'intera storia. La sofferenza sembra definitiva, l'isolamento sembra definitivo, il giudizio degli altri sembra definitivo.
Ma Prometeo possiede una caratteristica ulteriore: sa che il presente non esaurisce il futuro. È fisicamente impotente, ma conserva la conoscenza e la capacità di guardare oltre la propria condizione immediata.
Io credo di essere arrivato, oggi, in una posizione che simbolicamente assomiglia a quella conclusiva.
Dopo molti anni posso guardare indietro, raccontare ciò che è accaduto e constatare che alcune battaglie che sembravano destinate soltanto a produrre isolamento hanno trovato, nel tempo, comprensione e consenso. Posso raccontarlo con la serenità di chi è arrivato dall'altra parte di quella vicenda.
Ed è una condizione che considero un privilegio, perché so che non tutti coloro che hanno attraversato esperienze difficili hanno avuto la possibilità di vedere riconosciute, almeno in parte, le ragioni per le quali avevano combattuto.
Penso anche a persone che hanno condiviso pezzi di questo percorso e che non hanno potuto arrivare a questo momento. Penso, in particolare, al dottor Giuseppe Tuccio, all’avvocato Alberto Sarra. Il ricordo di chi non ha avuto la possibilità di vedere l'esito di una lunga vicenda impedisce che la liberazione venga vissuta come una rivincita individuale. Le attribuisce, piuttosto, il significato della testimonianza.
Ed è forse qui che l'archetipo di Prometeo acquista per me il suo significato più profondo.
Non è semplicemente l'eroe che si ribella al potere. È colui che oppone conoscenza alla forza, coscienza all'obbedienza, autonomia al compromesso. Il nucleo politico della tragedia sta proprio nel conflitto fra un'autorità che pretende obbedienza e chi rivendica il diritto di opporsi quando considera ingiusto l'esercizio di quella autorità.
Per questo non mi riconosco negli archetipi prevalenti del romanzo.
Non mi riconosco nell'uomo integrato nel sistema, né nel mediatore che cerca il proprio spazio tra poteri differenti. Se devo ricondurre il mio percorso a una figura simbolica, mi riconosco piuttosto nell'archetipo della coscienza critica del potere: colui che appartiene alla polis, partecipa alla sua vita, ma rivendica il diritto di non identificarsi con l'ordine dominante e, quando lo ritiene necessario, di contestarlo assumendosi anche il costo della propria scelta.
Prometeo, nella tragedia, è incatenato nello spazio ma continua a muoversi nel tempo: conosce il passato, sopporta il presente e guarda al futuro, fino alla prospettiva della liberazione.
È questa, più di ogni altra, la ragione per cui mi riconosco nel suo archetipo: non perché mi consideri Prometeo, ma perché riconosco nella sua vicenda un modello simbolico del rapporto che ho cercato di mantenere con il potere - conoscerlo senza appartenergli, criticarlo senza temerne le conseguenze e conservare, anche quando il prezzo diventa personale, la libertà di non piegare la propria coscienza alla convenienza.
Biografia
La vicenda personale, professionale e politica di Paolo Romeo attraversa oltre mezzo secolo della storia di Reggio Calabria e si intreccia con alcune delle fasi più complesse della vita pubblica cittadina. La sua biografia prende avvio negli ambienti della destra giovanile e missina e prosegue, negli anni successivi, con il progressivo ingresso nei livelli istituzionali della politica locale e nazionale.
Dopo la militanza nel Movimento Sociale Italiano, Romeo approda al Partito Socialista Democratico Italiano, avviando una nuova fase della propria esperienza politica. È consigliere e amministratore comunale a Reggio Calabria, quindi consigliere regionale, fino all'elezione alla Camera dei deputati nei primi anni Novanta. Il suo percorso coincide così con il passaggio dalla stagione politica degli anni Settanta al sistema dei partiti della Prima Repubblica e, successivamente, alla sua crisi.
Parallelamente all'attività politica, Romeo esercita la professione forense, consolidando nel tempo una presenza rilevante nella vita pubblica reggina. La sua figura finisce per collocarsi al crocevia tra politica, professioni, amministrazione e dinamiche sociali cittadine, divenendo uno dei protagonisti più discussi del dibattito pubblico locale.
Alla dimensione politica e professionale si affianca quella giudiziaria. Il suo nome compare infatti in alcuni dei più importanti procedimenti che, dagli anni Novanta in avanti, hanno cercato di ricostruire struttura, relazioni e capacità di influenza della ’ndrangheta reggina. Queste vicende, da leggere distinguendo sempre le ipotesi investigative dagli accertamenti giudiziari e dalle decisioni definitive, hanno contribuito a rendere la sua figura centrale nelle interpretazioni sviluppate negli ultimi decenni sui rapporti tra criminalità organizzata, politica e altri centri di potere.
Ricostruire la biografia di Paolo Romeo significa quindi seguire, attraverso una singola traiettoria individuale, alcune delle trasformazioni più profonde della classe dirigente reggina: dalla conflittualità politica degli anni Settanta alla stabilizzazione istituzionale degli anni Ottanta, dalla rappresentanza parlamentare della Prima Repubblica alla successiva stagione delle grandi inchieste giudiziarie. La sua storia personale diventa, in questo senso, anche una delle possibili chiavi di lettura dell'evoluzione politica e sociale di Reggio Calabria nell'arco di oltre cinquant'anni.
Bibliografia
Questa bibliografia raccoglie le opere e le fonti richiamate nel corso del confronto e nel testo. I riferimenti citati solo per titolo o per tema sono stati integrati con gli estremi editoriali per comodità del lettore.
Opera al centro del confronto
- Claudio Cordova, I padroni della ’ndrangheta. Malacarne. Una saga criminale, Newton Compton Editori, Roma 2026.
Opere citate
- Ilario Ammendolia, La ’ndrangheta come alibi. Dal 1945 ad oggi, Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria 2019.
- Franco Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, Roma-Bari 1996. Da quest’opera è tratto il brano sulla lentezza riportato nel testo.
- Luca Palamara, Alessandro Sallusti, Il Sistema. Potere, politica, affari: storia occulta della magistratura italiana, Rizzoli, Milano 2021.
- Luca Palamara, Alessandro Sallusti, Lobby e logge. Le cupole occulte che controllano «il sistema» e divorano l’Italia, Rizzoli, Milano 2021.
Riferimenti teorici
- Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2002 (ed. or. Liquid Modernity, 2000).
- Niklas Luhmann, Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale, Il Mulino, Bologna 1990 (ed. or. Soziale Systeme, 1984).
- Edgar Morin, Introduzione al pensiero complesso e Il Metodo (opera in più volumi), Raffaello Cortina Editore.
Documenti e relazioni istituzionali
- Commissione parlamentare antimafia (XV legislatura), relazione conclusiva a cura del presidente Francesco Forgione, 2008 (pubblicata come ’Ndrangheta. Boss, luoghi e affari della mafia più potente al mondo, Dalai Editore, Milano 2008).
- Commissione parlamentare antimafia, relazione sul tema delle logge massoniche, approvata il 21 dicembre 2017.
- Costituzione della Repubblica Italiana, art. 118, quarto comma (sussidiarietà orizzontale).
- Codice di procedura penale, art. 55 (funzioni della polizia giudiziaria).
Articoli e testate giornalistiche
- Claudio Cordova, serie di articoli sulle conversazioni di Luca Palamara (5-11 giugno 2020).
- Claudio Cordova, interventi sul «caso Palamara» e sulla cosiddetta «Procura della Repubblica di Palamara».
- Claudio Cordova, editoriale del 15 luglio 2026.
- Testate richiamate nel testo: LaC News24, Il Reggino, La Gazzetta del Sud.
Inchieste e vicende giudiziarie richiamate
- «Sistema Reggio», «Gotha», «Why Not», «Toghe Lucane»; inchiesta «Mani Segrete» (Procura di Palmi, ottobre 1992, procuratore Agostino Cordova).